Scrivo io: i miei articoli

La sezione raccoglie una rassegna di articoli apparsi su diverse testate, alcune delle quali on line. La passione di scrivere, come detto, non si è esaurita. Diversi sono stati amici, colleghi, direttori di testata ed uomini di cultura che hanno ospitato alcuni miei articoli sui più disparati temi.

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Le Terme di Santa Caterina, venticinque anni e un giorno dopo, simbolo di una città decadente (sul sito Le Aci.it, 15 novembre 2012)

 Il 14 novembre del 1987 veniva inaugurato lo stabilimento di Santa Caterina delle Terme di Acireale. A tagliare il nastro augurale la signora Mad Nicolosi, moglie del Presidente della Regione di allora, l’acese Rino Nicolosi, poi scomparso prematuramente nel 1998. Erano altri tempi, in cui era in itinere la realizzazione di una vera e propria città termale (incaricati del progetto erano stati gli ingegneri Paolo Pennisi e Aldo Sciaccianoce); le Terme marciavano a gonfie vele e l’apertura di un nuovo stabilimento significava poter aumentare la capacità di erogare servizi e prestazioni fino a 3.500 trattamenti fango-terapici e balneo-terapici, oltre a 651 trattamenti di fisiochinesiterapia e 154 trattamenti di pneumoterapia al giorno; l’Acqua Pozzillo, di proprietà delle Terme, operava discretamente bene in un mercato che dalle acque minerali si stava lentamente estendendo fino alle bevande analcoliche.

Ad onor del vero, erano anche tempi in cui c’erano molti più denari pubblici (il progetto complessivo della città termale era stato programmato per un importo di 50 miliardi delle vecchie lire); alle maggiori risorse disponibili si accompagnavano pure maggiori sprechi e le conseguenti clientele; crescevano a dismisura i costi e le disfunzioni etiche della politica. Eppure si aveva come la sensazione che nulla fosse lasciato al caso e che ci stava un progetto ben preciso dietro all’idea di affiancare allo storico edificio di Santa Venera (voluto nel 1873 dal barone Agostino Pennisi di Floristella) un altro stabilimento più moderno e funzionale, che si articolava su due fabbricati.

Il progetto, ambizioso come elevate erano le ambizioni di Rino Nicolosi, era quello di dar vita ad una vera propria città termale che fondamentalmente abbracciasse buona parte della riviera jonica acese, con la pretesa poi di estendersi a tutto il resto del litorale jonico, quello del Mare dell’Etna per intenderci. “Un’area di circa trenta ettari con viabilità di penetrazione, parcheggi, padiglioni per attività operative, residence, scuola alberghiera, albergo congressuale, un centro congressi di circa tremila posti, uno dei più grandi della Sicilia, un palazzetto dello sport, palestre, piscine, campi da tennis, attrezzature ricreative e parco giochi” così scriveva il settimanale Il Gazzettino del Sud a pochi giorni dall’inaugurazione, riprendendo stralci del programma letto dal presidente delle Terme.

Forse non tutto andò per il verso giusto; si narra che Acireale subì il progetto dell’edificio di Santa Caterina imposto dai dirigenti della Regione Siciliana ancor prima che Rino Nicolosi potesse far valere tutte le sue prerogative istituzionali di forte e autorevole capo del governo. Forse quello stabilimento appariva un po’ sovradimensionato, come sproporzionate erano sembrate le dimensioni della nuova stazione ferroviaria di Acireale da poco inaugurata, in sostituzione di quella storica situata proprio di fronte al Parco delle Terme di Santa Venera, un tempo punto di approdo per i tanti viaggiatori che si fermavano nella cittadina barocca per beneficiare delle prestazioni salutistiche delle miracolose acque di Santa Venera. Può darsi che sicuramente ci sia stato un eccesso, ci sia stata una mania di grandezza e che i fiumi di denaro pubblico favorirono più unità di intenti fra i partiti di quanta non ci sia adesso, dato che la politica è lacerata da divisioni, contrapposizione e perfino faide interne agli stessi gruppi.

Non si può dire però che quella generazione politica non avesse idee e non stesse pensando ad un progetto ben preciso per Acireale. Il progetto di una città che alla dimensione culturale e naturalistica avrebbe affiancato quelle del salute e del benessere. Un sogno? Un’utopia o veramente un progetto? Quel progetto che manca oggi ad Acireale. Quel progetto che è difettato nel corso di buona parte degli ultimi venticinque anni. Anni in cui si sono succeduti vari commissariamenti alla guida delle Terme, frammentando così per volere della Regione l’azione di governo di una grande azienda del territorio; anni in cui non si è compreso che il mercato stava cambiando, passando dal termalismo sociale convenzionato ad altri bisogni legati al benessere da soddisfare prontamente per non rimanere tagliati fuori; anni in cui occorreva “fare la voce grossa” a Palermo e chiedere alla burocrazia regionale di completare quel progetto, assicurando alle Terme di Acireale gli investimenti infrastrutturali necessari per mantenere vitale la sua funzione di centro termale;  anni in cui bisognava programmare uno sviluppo del termalismo integrato ad un piano di sviluppo socio-economico del turismo di Acireale e, perché no, di un territorio anche più ampio. Piano che non c’è mai stato, perché – è inutile prendersi in giro –sicuramente non di piano sono le azioni contenute nei documenti di programmazione negoziata (PIT 30 e Patto delle Aci) ma esse appaiono piuttosto come la stratificazione, avvenuta in momenti diversi, di sporadiche iniziative private legate più agli interessi di qualcuno che ad una visione condivisa del bene comune.

Non c’è stato piano perché la classe politica (non importa più a questo punto se di sinistra, destra o di centro vetero-democristiano) ha difettato in capacità di visione, progettuale e propositiva; non ha saputo scegliere gli uomini migliori, ma, anche quando ha finto di investire sui giovani, ha puntato  solo sulle persone capaci di portare molti voti; ha finito, con i propri comportamenti leziosi e rinunciatari, per trasformare la cosa pubblica in un pezzo di formaggio groviera nei cui fori si è depositata stabilmente la muffa del malaffare, dell’affare sbrigativo mordi e fuggi, dell’opportunismo affaristico di alcuni pseudo-imprenditori venuti da fuori città. Tutto a discapito del cosiddetto bene comune.

Venticinque anni dopo, mentre anche le Terme di Santa Caterina cadono giù a pezzi, attendendo la mano risanatrice del privato di cui non si conoscono l’identità né le intenzioni, recriminando ancora una volta contro la politica regionale rea di aver abbandonato Acireale e le sue Terme, confidando nel salvatore della “res pubblica” di volta identificato nel potente di turno e questa volta individuato nel neo Presidente Crocetta; venticinque anni dopo, dicevamo,  anche nella politica acese è caccia all’uomo, guerra fra i poveri fino all’ultimo sospetto, per sapere e capire chi ha voluto tutto questo. Chi ha portato la città alla decadenza.

Tutto questo non si saprà mai, e ammesso che si verrà a scoprire sarà troppo tardi. Adesso la città dovrà dimostrare uno scatto d’orgoglio e riprendere in mano la situazione attraverso un nuovo patto di ferro tra la politica buona e la società civile attiva. Non importano più i colori, non servono più i padrini politici. Occorre un patto sociale che registri un momento di grande discontinuità nel fare politica ad Acireale. Occorrono nuovi leader. Altrimenti sarà buio fitto.

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L’impresa eccezionale? Fare impresa (su La Sicilia del 13 novembre 2012)

Qual è l’impresa eccezionale? La traversata di Grillo? Il lancio di Baumgartner da 39 km di altezza? Ho posto la stessa domanda ai miei studenti che hanno fame di futuro e sete d’avvenire. Per non finire come nel “Ciclo dei Vinti” di Verga, per loro l’impresa eccezionale è quella che sognano come possibile progetto di lavoro e di vita nella nostra isola. Sono d’accordo con loro, i recenti successi di Flazio e AppsBuilder ne sono una testimonianza. Ma sul finire del 2012, anno di crisi nera per l’economia e la finanza, aggiungo pure l’impresa eccezionale è continuare a fare impresa in Sicilia. Tenerle in vita con l’ossigeno le aziende, per via della difficoltà ad ottenere i dovuti finanziamenti pubblici (come per molte imprese del terzo settore, dalle cooperative sociali alle Ipab). Farle sopravvivere nei settori manifatturieri, dell’agricoltura, dell’edilizia (in grave crisi di identità) e dei servizi, duramente provati dalla concorrenza. Talvolta sembra che i nostri imprenditori abbiano fatto fin qui un miracolo, attraverso una mirabile sintesi fra la testa, il cuore e la tasca. Ma quanto durerà questa situazione in un clima di profonda avversione sociale all’impresa, in un momento di mancanza di nuove idee, in un contesto in cui la pubblica amministrazione è incapace di trovare razionali soluzioni ai suoi problemi di bilancio? Nell’anno che sta per chiudersi, il bollettino delle cattive notizie è disastroso. Diverse aziende hanno chiuso; le grandi sono in notevoli difficoltà (per tutte Aligrup e Wind Jet); è cresciuto il numero delle procedure concorsuali attivate; le pratiche avviate all’ufficio del lavoro per la cassa integrazione sono in aumento. Nel contempo, tra ritardi della pubblica amministrazione nei pagamenti, una oggettiva situazione di “credit crunch” del settore bancario, il rilevante peso dei debiti finanziari pregressi e di quelli tributari, una certa rigidità del costo del lavoro, molte imprese, che affrontano pure il crollo della domanda finale, stanno per chiudere battenti. Se non lo fanno ancora, è perché sono eccezionali, cioè sono imprese formidabili che lottano per continuare a vivere e non licenziare i dipendenti. Ma per quanto tempo ancora? L’eccezionalità sembra diventata la normalità, ma bisogna superare al più presto la straordinarietà del momento, altrimenti sarà crisi buia. Saranno di aiuto, portando il buon esempio, le start up innovative? Bisogna ristabilire la giusta distanza fra ciò che è normale e ciò che è veramente eccezionale. Situazioni di normalità per le imprese devono essere l’equilibrio economico e finanziario nei conti, la regolarità nella riscossione dei crediti e nel pagamento dei debiti e dei lavoratori, un carico fiscale giusto ed equo, la puntualità e l’affidabilità nelle consegne, una corretta gestione dei rapporti con la clientela ordinaria. L’eccezionalità, come elemento di discontinuità, andrebbe rinvenuta nell’innovazione, nella sperimentazione di nuovi modelli di business, nella rivitalizzazione degli assetti di governance, in una managerializzazione dei processi. Ci vorrebbe pure un momento di discontinuità da parte della amministrazione pubblica, in primis quella regionale, per riattivare i circuiti virtuosi dell’economia reale. Non sappiamo come ciò avverrà perché non se n’è parlato in campagna elettorale. C’è un problema di trade-off nella spesa regionale e non sarà facile risolverlo nemmeno per il neo Presidente Crocetta: se la coperta è corta per assenza di risorse, bisogna decidere se continuare a alimentare la spesa corrente (ad esempio, per la formazione e i forestali) oppure promuovere una spesa in investimenti in favore delle micro, piccolissime, piccole e medie imprese. Questo tema prima o poi bisognerà affrontarlo, anche per evitare che scoppi una faida generazionale fra giovani disoccupati e adulti esodati. A livello di sistema, sembra di per sé eccezionale raggiungere tre obiettivi vitali per ancorare lo sviluppo economico della Sicilia alle imprese vitali e allentarne la dipendenza dal soggetto pubblico: attrarre nuovi investimenti non siciliani; favorire l’esportazione; incrementare il turismo. Ove raggiunti, questi obiettivi porterebbero valuta, ricchezza, nuovi posti di lavoro e rilancerebbero il “made in Sicily”.

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Quanto pesa l’impresa in Sicilia? Poco e vi spieghiamo perchè (sul settimanale I Vespri n.36 del 29 settembre 2012)

Alcune riflessioni a margine di un interessante convegno a Ragusa dei giovani dell’ANCE di Confindustria. Il settore edile è in crisi, ma è tutto il mondo delle imprese che deve tornare protagonista

I giovani siciliani dell’ANCE, l’associazione nazionale dei costruttori edili di Confindustria, hanno organizzato a Ragusa un interessante seminario dal titolo “Quanto pesa l’impresa” che ha sviscerato tutti i principali aspetti legati alla attività di queste imprese: la concorrenza, la finanza, la burocrazia e la qualificazione. E’ un momento difficile per il settore, dato che molte imprese soffrono di carenza sia della domanda finale (la richiesta di abitazioni da parte delle famiglie) che di domanda intermedia (i lavori pubblici) e si trovano dunque a fronteggiare una pericolosa condizione di siccità finanziaria. I costruttori edili sono in crisi.

Il convegno di Ragusa ha rappresentato pure l’occasione per affrontare, su scala più ampia, il tema del fare impresa in Sicilia. Ma quanto pesa veramente l’impresa in Sicilia?

Secondo noi, in questo momento storico, l’impresa pesa poco nella nostra isola.

Prima ragione: siamo in un momento di crisi generale, economica e finanziaria, le imprese dovrebbero essere motore dello sviluppo economico, le famiglie si aspettano una soluzione alla crisi da parte delle imprese, ma queste ultime sono esse stesse in crisi. Dunque si è creato un circolo vizioso.

Seconda ragione: politicamente parlando, le imprese pesano poco, non riescono quasi mai ad arrivare nei centri decisionali che contano e il sistema di rappresentanza associativa è entrato in crisi. Ne consegue che la politica diventa sempre più invasiva e finisce per occupare anche quegli spazi che spetterebbe alla classe imprenditoriale presidiare. Gli imprenditori contano poco quando si parla di infrastrutture e di società pubbliche per la loro gestione. Eppure il nodo infrastrutturale è critico per la sopravvivenza di molte imprese.

Terza ragione: le imprese non creano attualmente occupazione e, dunque, non generando posti di lavoro, non stuzzicano l’interesse di alcuno, né nella classe politica né nella cosiddetta società civile. Anzi, quando sono costrette a licenziare, diventano il primo nemico da combattere.

Quarta ragione: molte imprese, specie di medie e grandi dimensioni, sono etero-dirette; ciò significa che le principali vicende societarie (riassetti proprietari, management, scelte strategiche) sono fortemente influenzate, condizionate, talora dipendenti dalle decisioni di soggetti non imprenditoriali: la classe politica, la magistratura, le banche. Lo dimostrano le ultime vicende di Wind Jet, Aligrup e della SAC.

Quinta ed ultima ragione, sebbene non ultima per ordine di importanza: non essendo diffusa nella società siciliana una adeguata cultura imprenditoriale, si finisce per assegnare alle imprese più compiti di quelle che sarebbero chiamate a svolgere per natura, sovraccaricandole di costi sociali che appesantiscono l’efficienza aziendale. In altri termini, c’è un carico di responsabilità sociale che le imprese da sole non riescono a sopportare, vuoi per limiti strutturali, vuoi per mancanza di visione da parte degli imprenditori.

E’ un momento difficile per le imprese in Sicilia. Soltanto nel 2011, la consistenza delle procedure concorsuali è stata pari ad oltre 11.000 imprese, pari al 9% del valore nazionale (di queste ben 2.400 soltanto in provincia di Catania). Critica è la situazione delle banche, dato che dal 2010 al 2011, i depositi in Sicilia sono passati da 34,268 miliardi a 33,762 miliardi di euro, con una contrazione ancor più drastica per gli impieghi scesi da 47,030 a 44,801 miliardi di euro e per il 2012 ci si trova in condizione di “credit crunch”. Ancora, almeno il 15% delle imprese è a rischio di default. La loro crisi di liquidità è la punta dell’iceberg di problemi ben più gravi.

Come può tornare protagonista il mondo delle imprese? Alla domanda non è semplice rispondere. Le soluzioni sono nel medio-lungo termine. A breve, però, qualcosa si può fare.

Primo: utilizzare tutti gli incentivi e i paracadute messi a disposizione dai provvedimenti del governo Monti. Secondo: potenziare la capacità di credito bancario anche attraverso il ricorso ai consorzi fidi. Terzo: portare i problemi delle imprese all’interno di tavoli di crisi gestiti congiuntamente da Prefetture, Camere di Commercio e Uffici provinciali del lavoro.

Dopo di che, a medio-lungo termine, si dovrà ragionare seriamente sul tema della competitività delle imprese, lasciando la politica fuori da questa discussione almeno in una prima fase.

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I VESPRI n.33

Wind Jet, una compagnia aerea low cost che rischia di diventare  una “bad company”.

L’estate che si chiude ha messo a dura prova il mondo delle medie e grandi imprese in Sicilia, alcune delle quali (come Aligrup nella grande distribuzione e Wind Jet nel trasporto aereo) in serie difficoltà finanziarie rischiano di provocare rovinosi effetti sull’indotto, su altre imprese più piccole e sui livelli occupazionali. Dietro ogni crisi, c’è un coacervo di motivi, non uno soltanto, che possono aver determinato la situazione di difficoltà; esaminarli ex post è più facile ovviamente che individuarli strada facendo e correggerli prontamente per far riprendere all’azienda il cammino con maggiore slancio. In questa estate siciliana, dominata dagli anticicloni che hanno portato caldo e afa, gli effetti della crisi di Wind Jet sono stati eclatanti. Decine di migliaia di passeggeri sono rimasti appiedati e adesso giustamente reclamano il diritto ad esser rimborsati; fornitori di beni e servizi sono col fiato sospeso, perché per alcuni di loro la sopravvivenza sul mercato è fin qui dipesa dalla continuità della compagnia aerea; la società di gestione dell’Aeroporto di Catania è giustamente in ansia vantando un credito di svariati milioni di euro; i lavoratori diretti e dell’indotto sono preoccupati di perdere il posto e non poter più spendere quella professionalità acquisita in un decennio di operatività della Wind Jet; c’è infine il rischio che, venendo meno una compagnia molto operativa sulle tratte più trafficate (da Catania e Palermo verso Roma e Milano e viceversa), viaggiare per i siciliani possa diventare un’avventura assai costosa. Perché si è giunti fino al default della compagnia di Pulvirenti? Dal 2003 al 2010, l’ultimo anno per il quale il bilancio pubblico è disponibile, la Wind Jet ha registrato una crescita considerevole del proprio fatturato. Poco meno di 23 milioni di euro alla fine del primo anno di operatività; poi 82 milioni e rotti l’anno successivo e via via fino ai 233 milioni al 31 dicembre del 2010. Non è andato male nemmeno il 2011: il fatturato, secondo i rumors, dovrebbe aver superato la soglia dei 240 milioni di euro, mentre non sono disponibili i dati al 2012. Ovviamente, con la sospensione della licenza di volo dall’estate e la cessazione di operatività, i risultati economici saranno compromessi per questo scorcio di annualità. I dati dunque evidenziano una crescita costante nel mercato domestico dove Wind Jet, detenendo una quota del 7,2%, è stata finora la quinta compagnia, dopo Alitalia (49,8%), Ryanair (18, 9%), Meridiana (8,5%) e Easyjet (7,2%). Nel mercato internazionale italiano, dominato nell’ordine da Ryanair, Alitalia, Easy Jet, Lufthansa e Air France, invece, la compagnia di Pulvirenti ha contato solo per lo 0,4%. E’ pur vero che, negli ultimi anni, il trasporto aereo, pur mantenendo buoni numeri nel traffico e dunque nei biglietti, ha registrato per le imprese un crollo della loro profittabilità: la crisi economica, l’alto prezzo del petrolio, la concentrazione del mercato, nonché la crescita di grandi compagnie aeree low cost hanno modificato gli equilibri di mercato, penalizzando le imprese più piccole, come Wind Jet. L’azienda di Pulvirenti, tra l’altro, ha operato con un modello di business non del tutto compatibile con gli standard adottati dalle pure compagnie low cost. Al di là comunque di questi recenti stravolgimenti, non può dirsi però che la crisi di Wind Jet sia però imputabile al mercato, perché la compagnia in un decennio ha decuplicato il proprio fatturato, operando in prevalenza in un segmento assai profittevole per volumi di traffico. Se confrontiamo Wind Jet, Blue Panorama e Alitalia, la struttura dei costi della compagnia di Pulvirenti genera un indicatore di redditività, il cosiddetto rapporto EBITDA/vendite, superiore agli altri due concorrenti. Le ragioni della crisi sono pertanto di natura diversa e riguardano sia i profili di operatività della compagnia sia gli aspetti finanziari. Ad esempio, secondo Andrea Giuricin dell’Istituto Bruno Leoni che ha dedicato un focus specifico sulla crisi di Wind Jet, l’elevato prezzo del petrolio ha inciso in modo rilevante sul conto economico di quelle imprese, come appunto la compagnia siciliana, in possesso di aeromobili più vecchi, arrivando ad incidere anche fino al 30% dei costi totali (ben 73 milioni di costo del carburante nel 2010!). Inoltre, osservando l’andamento dei costi, si nota come nel corso del decennio quelli per servizi siano aumentati quasi di dieci volte; nell’ultimo periodo ha inciso anche il costo di affitto di un aeromobile a seguito dell’incidente del 24 settembre 2010. Tuttavia, il costo per il personale si è sempre attestato intorno al 9% dei costi totali, simile ad esempio a quello di Blue Panorama, mentre in Alitalia invece è pari al 20% . Eppure, mantenendoci ancora sul piano squisitamente tecnico, Wind Jet ha fatto registrare una maggiore incidenza degli ammortamenti segnaletica di una gestione non efficiente del proprio attivo patrimoniale, tra cui pesa la vicenda del marchio venduto a Meridi e poi riacquistato nel 2009. Capitolo a parte riguarda gli aspetti finanziari. Sullo sviluppo di Wind Jet, un gigante dai piedi di argilla, ha pesato la minor consistenza della capitalizzazione rispetto ai tassi di crescita del fatturato. Negli ultimi anni, per effetto delle perdite d’esercizio (quella al 31 dicembre 2011, non ancora resa nota, dovrebbe attestarsi intorno ai 10 milioni di euro) , la consistenza del patrimonio netto è diminuita senza che vi sia stato apporto di nuove risorse da parte dei soci. Esponendosi a breve con le banche (fino al 95% sul totale dei debiti bancari nel 2008, valore sceso di poco negli anni successivi), anche per finanziare gli investimenti, la compagnia di Pulvirenti è andata incontro ad un’elevata incidenza degli oneri finanziari. Il costo del denaro preso a prestito all’incirca pari a quello d Blue Panorama è stato dell’11% rispetto ad un valore decisamente più basso (4%) di Alitalia. Inoltre, fin dalla sua costituzione, la Wind Jet ha presentato un indice di copertura delle immobilizzazioni molto basso (nel 2003 era del 25%; al 2010 era di poco superiore al 30%); valori inferiori all’unità si sono registrati anche nell’indice di disponibilità sin dal 2003. Tali dati rappresentano chiari indicatori della sottocapitalizzazione della società, con implicazioni sia sul merito creditizio sia sul costo del credito che, come detto sopra, è stato elevato. Per farla breve, Wind Jet è andata incontro ad una situazione di forte sbilancio finanziario che ha portato ad un’eccessiva onerosità del debito, oltre alla crescita nella consistenza dei debiti stessi. Il totale dell’indebitamento ha toccato 134 milioni di euro nel 2010; i dati al 2011 non sono ancora disponibili, ma la stampa ha riferito in queste settimane di un debito non inferiore a 150 milioni di euro, pari al 62% dei ricavi. Ancora una volta, a bocce ferme, in questo scorcio di estate 2012, con l’assenza di operatività della compagnia e la conseguente mancanza di fatturato, il rapporto debiti/ricavi tenderà a peggiorare. Naturalmente, l’azienda ha dovuto fronteggiare alcuni imprevisti, quali l’incidente del settembre del 2010, l’episodio del “birdstrike” all’Aeroporto di Parma nel 2900 (per il quale ci sarà un rimborso delle Assicurazioni Generali per 5,8 milioni di dollari) e la grandinata all’Aeroporto di Palermo che ha causato danni per 2 milioni di euro, comunque integralmente rimborsati dalle assicurazioni. I debiti di una compagnia aerea non finiscono mai di aumentare, se non se ne pianifica il rientro con un mix di nuovo capitale e di mutui. Su Wind Jet peserà sicuramente tra non molto anche il contenzioso con le decine di migliaia di persone che, in possesso di un regolare titolo di viaggio, non hanno potuto volare con la compagnia di Pulvirenti e adesso vanno ripagati. Cosa succederà a questa compagnia non lo sappiamo. Il bilancio al 31 dicembre 2011 non è stato approvato. Wind Jet è transitata a nuovi assetti societari ed organizzativi dopo l’accordo con Alitalia, successivamente passato al vaglio dell’Antitrust a luglio, modificato ex novo nei contenuti e mai più sottoscritto fra le due compagnie fino alla rottura eclatante delle trattative a metà agosto. Non operando più, con la licenza di volo sospesa, la situazione economica e finanziaria tenderà sicuramente a peggiorare. Per le sue dimensioni Wind Jet è una grande impresa in crisi e, dunque, come suggerisce il Governo, potrebbe essere ammessa alla procedura dell’amministrazione straordinaria ex legge Prodi bis con tutto quello che ne potrebbe conseguire. In alternativa, se Pulvirenti non volesse più andare avanti con il progetto imprenditoriale di una nuova compagnia, l’azienda dovrebbe essere venduta, ma rispetto a prima – ovvero la vendita all’Alitalia che si sarebbe fatta carico dei debiti senza scucire un euro e, comunque, a suo tempo guadagnandoci – oggi la situazione è oggettivamente diversa. La Wind Jet potrebbe essere ammessa alle procedure concorsuali e si potrebbe dar vita ad una newco, una nuova impresa, con apporto di capitali freschi. Ma siamo nel campo dei “se” e dei “ma”. Bisogna innanzitutto chiarire a quali responsabilità andranno incontro gli amministratori della Wind Jet e poi capire se l’Enac darà le autorizzazioni necessarie per ripartire e quali condizioni. Si profila, dunque, un autunno difficile. La vecchia Wind Jet potrebbe trasformarsi in una “bad company”, l’equivalente nel linguaggio aziendale del brutto anatroccolo nella favole per i bambini.

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LA SICILIA, 29 agosto 2012

DEFICIT A LIVELLO MANAGERIALE

Avrei qualche imbarazzo a chiedere ai miei studenti se la crisi di un’impresa e la difficoltà di portare avanti un progetto imprenditoriale siano imputabili unicamente a comportamenti “politically uncorrect” dei concorrenti o dei “poteri forti”. Le più comuni teorie e le buone prassi del management sostengono cose diverse e non credo che in Sicilia le aziende siano autorizzate a far uso di politiche e procedure alternative a quelle standard finora ampiamente accreditate. Come proprietario, che ha demandato a professionisti la gestione di Wind Jet, il presidente Pulvirenti farebbe prima a riconoscere che qualcosa non ha funzionato proprio a livello manageriale. Quella azienda, nata nell’alveo di Air Sicilia di Luigi Crispino, cresciuta dal 2003 ad oggi al punto da decuplicare i suoi ricavi, passata attraverso una revisione dei suoi assetti societari ed organizzativi dopo il primo accordo con Alitalia, assillata da debiti a breve cresciuti parallelamente al suo fatturato, con un modello di business da “low price” non compatibile con quelli delle pure compagnie “low cost”, adesso non sta operando più e potrebbe andare verso procedure concorsuali. I motivi per cui questa impresa, operante nel mercato del trasporto aereo ma in un segmento in forte crescita (pari al 7,2% del mercato domestico), sia arrivata al default, con tutto il rispetto che si deve portare per una vicenda così delicata, passano per ora in secondo piano rispetto ad altre prioritarie esigenze di ordine sociale. La prima è il ripristino di una condizione democratica di mobilità per i Siciliani. Onestamente, non è stato mai chiaro se dal  matrimonio tra Wind Jet e Alitalia alle condizioni inizialmente prestabilite e attentamente monitorate dall’Antitrust, ne avremmo tratto giovamento. Ai Siciliani ora interessa che una condizione di concorrenzialità nella mobilità sia garantita in assenza di politiche regionali per la continuità territoriale (promosse invece dalla Regione Sardegna). A differenza del calcio, non dobbiamo fare il tifo per questa o quell’altra compagnia; interessa che vi siano offerte alternative concorrenziali sulle tratte aeree più trafficate e che sulla formazione di eventuali cartelli di prezzo l’Authority possa continuare a vigilare attentamente. La seconda esigenza da soddisfare è che le decine di migliaia di persone siano prontamente ristorate per non aver potuto volare, pur con un titolo di viaggio in mano. Il trasporto aereo è servizio di pubblica utilità caratterizzato da forti asimmetrie informative fra chi organizza ed eroga tale servizio, in posizione di forza, e chi ne usufruisce, in stato di evidente subordinazione, se non addirittura di necessità come per i Siciliani. Sarebbe auspicabile esperire prontamente soluzioni conciliative extragiudiziali in modo tale da scongiurare un rilevante contenzioso per Wind Jet o, in subordine, per il gruppo Finaria. La terza esigenza, certamente non ultima per importanza, è garantire, con soluzioni intelligenti, le professionalità lavorative che, anche grazie all’operatività di Wind Jet, si sono formate e consolidate in questo decennio. Non preservarle significherebbe cancellare con un colpo di spugna un know-how che si è creato, oltre ad ingrossare le fila di disoccupati in un momento critico per tutta l’economia siciliana. In questo senso, sia nelle interlocuzioni con la politica siciliana e nei tavoli prefettizi, sia ad un prossimo incontro con il Ministro dell’Economia, lo stato maggiore di Wind Jet dovrebbe coraggiosamente dare il proprio contributo e mettere queste esigenze davanti a quella di ripartire subito con una “newco” per continuare l’ambizioso progetto imprenditoriale di una compagnia aerea tutta siciliana. Che se dovesse decollare di nuovo, e sempre che fosse autorizzato dalle autorità competenti, avrebbe bisogno ora di forti garanzie finanziarie, di un management più professionale e credibile nonchè di una proprietà meno ingenua e più disponibile ad aprire il proprio capitale a terzi privati, quando si accorgesse di non avere più le risorse necessarie per competere dignitosamente in un mercato difficile ed in forte evoluzione dove ci saranno sempre i “poteri forti”. Né quelle risorse può pensare di metterle la politica regionale, perché i tempi sono cambiati, l’Unione Europea bacchetta chi ricorre ad aiuti di Stato, e poi perché non possiamo permetterci il lusso, come Siciliani, di ripristinare il modello di Regione imprenditrice che, in tantissimi settori dell’economia, ha già fallito molte volte. La Regione piuttosto si impegni seriamente per la continuità territoriale e rinunci a diventare socia di progetti imprenditoriali privati. A noi molto più semplicemente interessa volare e a condizioni concorrenziali.

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LE ACI.it (24 agosto 2012) 

INFORMARE INNANZITUTTO E SOPRATTUTTO. E POI ANCHE FORMARE ED ELEVARE LA QUALITA’ DEL DIBATTITO CIVICO

Saluto con entusiasmo la nuova iniziativa lanciata da alcuni giovani del nostro territorio e formulo i migliori auspici per una proficua continuazione dell’impegno di informazione e documentazione, di analisi e di approfondimento, di ricerca della verità dei fatti. Ne abbiamo tanto bisogno di <<verità dei fatti>> nel nostro territorio delle Aci, anche per riattivare percorsi virtuosi di impegno sociale e di cittadinanza attiva che possano finalmente provenire dalla cosiddetta società civile. Negli ultimi tempi, grosso modo negli ultimi quindici anni, nel nostro territorio (le Aci, il comprensorio jonico-etneo, la provincia di Catania) la politica ha occupato progressivamente tutti gli spazi, non solo quelli di potere e di rappresentatività, ma anche i pochi interstizi di informazione e le rare occasioni di dibattito. E lo ha fatto molto spesso senza puntare sui migliori. Ciò è accaduto per due motivi fondamentalmente. Un primo motivo perché la società civile, pigra e dormiente, glielo ha consentito di fare, demandando alla politica anche ciò che, in moderni contesti democratici, possono fare più semplicemente cittadini attivi e protagonisti. Non si è trattato di esercizio di delega, ma è stato una sorta di gioco a scaricabarile per pigrizia. Un secondo motivo è perché si è inaridita l’informazione (sicuramente più vivace negli anni ottanta e fino alla metà degli anni novanta del secolo XX) e ne ha sofferto pure la comunicazione giornalistica. Da qualche anno, con l’avvento della multicanalità dell’informazione, forse qualche lumicino di speranza si è riacceso, ma bisogna andare oltre. Certamente, un giornale telematico, un blog di informazione, un sito Internet quando hanno lo scopo di informare, debbono innanzitutto porsi l’obiettivo di riportare i fatti, di documentare eventi, di ascoltare tutte, ma proprio tutte, le voci dei protagonisti; devono avere il coraggio di saper denunciare, quando la quotidianità delle vicende e degli accadimenti umani, il cosiddetto tran tran giornaliero, porta in secondo piano fatti ed episodi di vita che meriterebbero invece di essere conosciuti ed approfonditi, oltre il mero comunicato stampa di circostanza. Dunque, informare innanzitutto e soprattutto. Ma non v’è dubbio che una corretta informazione assolve anche il compito di formare la gente (i giovani soprattutto) e dunque di elevare la qualità del dibattito civico, di stimolare la riflessione, di diffondere il metodo della ricerca della verità, sempre graduale e progressiva, degli accadimenti. Insomma, favorire la diffusione di nuovi contenitori di pensiero, i cosiddetti think tanks, nei quali, oltre alla libertà di parola che la gente ormai prende con grande facilità, sia promossa soprattutto libertà di pensiero, che sta su un piano diverso, e che consiste nella capacità di ragionare anche per scenari alternativi, per schemi di pensiero laterale, perfino in modo anticonvenzionale purchè ciò che si afferma sia ben documentato, ragionato e sostenuto da solide argomentazioni, “più di testa e meno di pancia”. L’arrivo di un nuovo spazio informativo dunque stimola anche in me la curiosità di sapere di più, conoscere, approfondire, aiutare a ricercare la verità dei fatti, senza inchini né riverenze. Senza chiudere un occhio né, cosa assai più grave, fare l’occhiolino a qualcuno. Piuttosto, come ammonivano i nostri nonni, si raccomanda occhio vivo, cioè vigile, come si dice di qualcuno che sorveglia con particolare attenzione. Ad maiora semper!

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I VESPRI, 29 luglio 2012 (n.28)

TUTTO SBAGLIATO, TUTTO DA RIFARE. LE TERME NON ANDRANNO AI PRIVATI

Sviluppo Italia Sicilia ha ultimato la due diligence sulle Terme di Acireale e di Sciacca, completando le valutazioni di tipo tecnico, economico-finanziario, patrimoniale e giuridico preliminari alla redazione del bando di gara internazionale per la privatizzazione dei due complessi termali. Tuttavia, questa sarebbe la principale conclusione: non sussisterebbero i margini per procedere all’affidamento della gestione ai privati attraverso una gara internazionale ad evidenza pubblica, perché l’attuale situazione non è compatibile con gli standard previsti da tale modalità di privatizzazione. Tutto sbagliato dunque, tutto da rifare.

All’Assessorato regionale all’Economia, pur nel clima generale di smobilitazione del governo, con l’assessore Gaetano Armao  che potrebbe lasciare per assumere la presidenza dell’Irfis, i tecnici stanno leggendo attentamente le carte del rapporto esitato da Sviluppo Italia Sicilia. Sono la dottoressa Maria Filippa Palagonia, dirigente del servizio Partecipazioni e Liquidazioni, e il Ragioniere generale della Regione Prof. Biagio Bossone che nei mesi scorsi sostituì alla direzione del Dipartimento Bilancio il dott. Enzo Emmanuele, attualmente direttore generale dell’Irfis.

Un Report dai toni decisi, nella misura in cui, dopo sei mesi di analisi e valutazioni, si è pervenuti alla conclusione che, allo stato in cui si trovano, i due complessi termali non si possono privatizzare per come stabilisce l’art.21 della legge regionale 12 maggio 2010 n. 11. C’è molto contenzioso in giro; parecchi sarebbero i nodi giuridici da risolvere, a cominciare dalla spinosa e mai risolta questione del mancato trasferimento delle azioni dalle aziende autonome al Dipartimento Bilancio che diventerebbe in tal modo azionista unico delle società di gestione; numerosi interventi tecnici, alcuni dei quali urgentissimi, sarebbero richiesti per riportare gli impianti termale ad operare a norma di legge.

Sembra, dalle indiscrezioni di qualche deputato regionale, che un giudizio non proprio positivo sarebbe stato espresso anche sulle modalità con cui è stata fin qui condotta la liquidazione delle due società di gestione, da parte di Margherita Ferro, co-liquidatore ad Acireale insieme al commercialista palermitano Michele Battaglia. Non è dato sapere al momento se il giudizio negativo di Sviluppo Italia Sicilia si riferisca solo ad Acireale o si estenda pure a Sciacca. Sta di fatto che per l’advisor non è possibile procedere alla redazione del bando e dunque la vicenda rimane in alto mare e si complica ulteriormente anche per via dell’incertezza del quadro politico regionale, con le annunciate dimissioni a fine luglio del Presidente Lombardo.

Ci saranno sicuramente reazioni politiche nei prossimi giorni. Le prime sono state quelle del circolo locale del PD, riportate a parte in questo numero, che, schieratosi fin dall’inizio persino contro la dirigenza del proprio partito a livello regionale, ha fin qui stigmatizzato l’operato di Margherita Ferro che, avendo trascurato la gestione delle Terme, ormai da diversi mesi è tornata ad occuparsi attivamente di politica. Non mancheranno sicuramente le reazioni anche degli stessi compagni di partito, a cominciare dall’on. Nicola D’Agostino da sempre critico nei confronti delle decisioni della Ferro, salvo poi doverle accettare per rispetto del Presidente Lombardo. E sicuramente veementi saranno le invettive del sindaco di Acireale  Nino Garozzo contro il governo regionale.

Al di là di scaramucce politiche, quasi sempre funzionali a futuri scenari della politica cittadina, rimane il nodo di cosa avverrà dopo, poichè Sviluppo Italia Sicilia ha esitato le risultanze del proprio lavoro di advisoring, rendendosi tra l’altro disponibile ad incontrare la città di Acireale, come recentemente ha scritto il direttore generale ing. Vincenzo Paradiso rivolgendosi al presidente della sesta commissione consiliare permanente Antonio Riolo che aveva sollecitato una riunione a Palermo.

Se si potesse tornare indietro, risulterebbe chiaro che la scelta di liquidare e di privatizzare contemporaneamente, stabilita per legge nel 2010, è stata sbagliata. Quella norma è stata scritta per operare un compromesso politico fra coloro che, come il Presidente Lombardo, intendevano procedere alla liquidazione delle partecipate regionali in perdita e quelli che, come molti gruppi del centro destra, auspicavano di proseguire sulla via della privatizzazione, avviata con la trasformazione in spa delle vecchie aziende autonome. E’ apparso chiaro fin dall’inizio che gestire contemporaneamente due procedure, che non presentavano quasi mai punti di contatto, appariva complicatissimo e, in effetti, i tecnici dell’Assessorato all’Economia se ne sono accorti fin dall’inizio. Tra l’altro, senza ben capire se la gestione della liquidazione dovesse avvenire nella prospettiva della continuità o nell’ottica dello scioglimento, la sovrapposizione con la privatizzazione non ha sicuramente giovato a chiarire i contorni della vicenda. Se a ciò si aggiunge l’approssimazione con cui la liquidazione stessa è stata gestita, soprattutto ad Acireale, dove il duo Ferro-Battaglia non è mai stato in sintonia sulle scelte da adottare, soprattutto in relazione alla gestione dei cinque milioni di euro versati dal socio Regione, il quadro è completo. Tra l’altro, è al periodo della liquidazione che vanno imputate alcune decisioni forti, come quella di chiudere l’albergo Excelsior Palace Terme, per via della morosità dei precedenti gestori, lasciando di fatto la città turistica di Acireale, capofila del distretto turistico Mare dell’Etna, sguarnita di posti letto alberghieri.

Hanno pesato molto anche le incertezze dell’Assessorato regionale all’Economia in merito alla privatizzazione. Inizialmente l’avvocato Armao si era mosso per assicurare alla procedura una caratura internazionale, decidendo di selezionare l’advisor per mezzo di un bando e, una volta individuatolo possibilmente fra primarie società di consulenza, di affidargli la due diligence preliminare alla redazione del bando di gara. Tutto ciò accadeva un anno fa, grosso modo di questi tempi. Poi arrivò l’alt di Lombardo che decise a settembre del 2011 di optare per la soluzione “in house” affidando le operazioni di advisoring a Sviluppo Italia Sicilia, in sella dall’inizio di quest’anno. Quest’ultima ha operato segretamente negli ultimi sei mesi, senza mai esporsi pubblicamente in merito alle valutazioni che stava operando.

Gli scenari futuri sono incerti, sul duplice piano giuridico e degli effetti. Sul piano giuridico, si potrebbe operare la scelta di privatizzare con una modalità diversa dalla gara ad evidenza pubblica, ma per far ciò occorrerebbe una nuova norma, e dunque una modifica alla legge esistente del 2010. Forse era questa la strada che ragionevolmente si sarebbe dovuta seguire fin dall’inizio, cioè invitare alla presentazione delle offerte un gruppo selezionato di imprese, come tra le righe hanno da sempre sostenuto i dirigenti di Federterme a Roma. Ma la procedura è rischiosa e, se non è pianificata accuratamente dall’inizio e ben monitorata strada facendo, si presta a pericolose contaminazioni fra politica e gruppi di affari locali.

Poi ci sono i possibili effetti di questo disimpegno di Sviluppo Italia Sicilia. Adesso, si procederà allo spezzatino, ovvero allo smembramento del patrimonio delle Terme, oppure si manterrà l’unitarietà del complesso termale? E che ne sarà della struttura che fino a pochi mesi fa ospitava l’albergo Excelsior Palace? Si corre il rischio che andrà a finire nell’orbita di Unicredit, che può vantare diritti di acquisizione derivanti dal fatto di essere creditrice della società di gestione morosa nei suoi confronti? E del più piccolo albergo delle Terme, che ne sarà? E del centro polifunzionale? Tutti questi asset non funzionali all’attività termale in senso stretto verranno espunti e messi in vendita oppure faranno parte del pacchetto di strutture che le Terme offriranno ai privati? E alla liquidazione confluiranno nuove risorse finanziarie per dar seguito alle operazioni avviate oppure si andrà inesorabilmente verso lo scioglimento e la restituzione dell’attivo residuo ai soci pubblici?

Dubbi legittimi ai quali ovviamente, pur potendolo fare, nessuno dei protagonisti della vicenda darà per il momento una risposta. A questo punto è una matassa difficile a dipanarsi.

Il Forum del Lions sostiene da quattordici mesi ormai che è necessaria la via del dialogo, non quella del muro contro muro tra la comunità di Acireale e gli uffici regionali. Solo la via del dialogo consentirebbe alla Regione e ai suoi consulenti di chiarirsi un po’ le idee su come la città di Acireale vede il proprio futuro sviluppo turistico e per quali motivi rinunciare alle Terme, funzionanti però come stabilimenti di medicina termale e di termalismo del benessere, sarebbe un delitto. Dall’altro lato, anche amministratori e politici di Acireale comprenderebbero più da vicino che la situazione è pervenuta ad un tale livello di gravità per cui non è possibile più indugiare con tatticismi e finti atteggiamenti prudenziali, ma è invece necessario “blindare” l’area termale all’interno degli strumenti di programmazione urbanistica cittadina per arrestare, sul nascere, possibili tentazioni di speculazione. Ma stiamo parlando di se, non di quando.

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I VESPRI, 22 luglio 2012 (n.28)

ACIREALE E “A NIVARATA” FILOSOFIA DELLA GRANITA

Due giovani acesi, Angelo Fichera e Tiziana Privitera, unitamente al Touring Club, alla Confesercenti e diversi commercianti che hanno sostenuto la loro iniziativa, proporranno ad Acireale il 4 e 5 agosto il rito della Granita Siciliana. La manifestazione, un vero e proprio festival con tanto di premiazione della miglior granita preparata da venti bar in competizione fra loro, si chiamerà “A Nivarata” in ricordo dell’antica tradizione della grattata di neve che, raccolta e conservata nelle grotte durante l’inverno, trasportata in paese in estate, veniva gustata con sciroppi di frutta e di fiori (http://www.anivarata.it/).
Interessante l’idea in sé, il concept di prodotto come direbbero gli esperti; encomiabile la caparbietà con cui i due giovani hanno portato avanti l’iniziativa. Andando oltre la kermesse, si intuisce che c’è dietro un progetto più ampio di marketing territoriale, di valorizzazione del contesto attraverso la simbiosi fra attività produttive e commerciali e grandi o piccoli eventi che facciano da attrattori. Uno di questi attrattori è sicuramente il rito della granita.
Granita che in Sicilia è simbolo di buongusto, di socializzazione, di piacere del palato, di tradizione che, passando per varie generazioni, fortifica la sua straordinaria valenza simbolica. Ad Acireale, poi, la granita è un fortissimo collante sociale e familiare, più potente di qualunque moderno social network per la sua capacità di rafforzare e moltiplicare relazioni.
Di fronte ad una granita si consumano sogni, passioni, si risvegliano speranze sopite; si fanno progetti, anche di vita; si scambiano punti di vista, osservazioni, riflessioni; si condividono dolori e dispiaceri.
La granita si presta in sé al rito del “condividi” che ancora oggi rimane più forte ed efficace dell’omonimo pulsante che si trova su Facebook. Quante volte, io col mio cucchiaino, tu col tuo, abbiamo assaggiato l’uno la granita dell’altro! Quante volte abbiamo condiviso la brioche, prendendo io il cosiddetto “tuppo” cioè la parte superiore, tu il resto del morbidissimo panino: una vera e propria bomba calorica di farina, zucchero, burro, sale, lievito, latte, miele e uova!
I colori della granita, a parte lo straordinario sapore e la cremosità del prodotto, sono evocativi della bellezza del nostro paesaggio. Ad Acireale e dintorni, la granita è lo specchio della natura circostante. La granita “tutta mandorla” ricorda l’Etna completamente imbiancata; la variante “mandorla macchiata di caffè” richiama il paesaggio invernale in cui la neve lascia trasparire il colore delle pietre vulcaniche sottostanti; la granita al caffè macchiata di panna è ancora l’Etna, di tarda primavera, innevata solo in cima; la granita di cioccolato è l’Etna, ma d’estate. E poi quella ai gelsi, che richiama in tutte le sfumature il rosso della lava, ma anche il colore dei cespugli di gerani; la granita al limone che è simbolo di purezza ed evoca i gelsomini, le margherite, i fiori di zagara e tutto quanto di pulito c’è nel nostro territorio. La granita al pistacchio, verde come il colore delle nostre colline; la granita alla pesca che indubbiamente evoca il Sole; la granita alla fragola che, per la sua delicatezza, ricorda la Primavera appena andata. E via dicendo.
Il rito della consumazione della granita bisogna provare a raccontarlo, pur sapendo che le parole non saranno mai sufficienti ad esprimere emozioni e sensazioni che si provano gustando, insieme ad altri, quella che tecnicamente è una combinazione di acqua, zucchero e frutta, ma che – si è soliti dire – quando è buona da morire, arriva fino “all’ugna du peri”. Salvo poi sorseggiare un bicchiere d’acqua fresca perché, si sa, quello è d’obbligo dopo aver consumato granita!

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I VESPRI, 23 giugno 2012 (n.24)

ALITALIA-WINDJET: L’OPERAZIONE AL VAGLIO DELL’ANTITRUST

L’Antitrust si occuperà della vicenda Alitalia-WindJet, come preannunciato nelle scorse settimane. Nella adunanza del 6 giugno scorso, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, presieduta dal siciliano Prof. Giovanni Pitruzzella, ha deliberato di avviare un’istruttoria nei confronti delle due compagnie aeree, poiché l’annunciata operazione di acquisizione configura a tutti gli effetti un’ipotesi di concentrazione. Le due parti, ha deliberato ancora l’Antitrust, entro dieci giorni dalla notifica del provvedimento potranno essere ascoltate dalla Direzione Generale per la Concorrenza e l’intero procedimento, di cui è responsabile il dott. Luca Arnaudo, si dovrà concludere entro 45 giorni. Dunque entro la fine di luglio sapremo se l’acquisizione di WindJet da parte di Alitalia sarà giudicata un’operazione restrittiva della concorrenza ai sensi dell’articolo 5, comma 1 lettera b) della legge n.287/90 “Norme per la tutela e la concorrenza del mercato”. Quell’articolo così recita: “L’operazione di concentrazione si realizza quando uno o più soggetti in posizione di controllo di almeno un’impresa ovvero una o più imprese acquisiscono direttamente od indirettamente, sia mediante acquisto di azioni o di elementi del patrimonio, sia mediante contratto o qualsiasi altro mezzo, il controllo dell’insieme o di parti di una o più imprese”. I presupposti di una tale operazione di concentrazione sembrano esserci tutti. Le due compagnie realizzano insieme un fatturato che in Italia è di quasi 1,7 miliardi di euro (di cui 242 milioni riferibili direttamente a WindJet) e di per sé ciò dovrebbe costituire oggetto di comunicazione preventiva all’Antitrust. Inoltre, nei mercati rilevanti presi in considerazione per valutare l’operazione di concentrazione, ovvero il trasporto aereo passeggeri su voli di linea, e segnatamente in alcune rotte interessate dall’operazione (da Catania verso Bologna, Milano Linate, Milano Malpensa, Pisa, Roma, Venezia; da Palermo verso Milano Linate, Roma, Torino), l’acquisizione di WindJet da parte di Alitalia determina una posizione dominante fortemente restrittiva della concorrenza e, dunque, potenzialmente penalizzante per i consumatori per via una posizione di quasi monopolio esercitabile dalla compagnia di bandiera. Gli effetti dell’operazione sono ben descritti nel documento dell’Antitrust e riferiti prudenzialmente alla sola stagione estiva IATA 2012 e ai passeggeri trasportati nel 2011. A bocce ferme, l’incorporazione di WindJet in Alitalia comporterebbe, in percentuale, un controllo totale (al cento per cento) delle tratte Catania-Bologna, Catania-Pisa, Catania-Venezia, Palermo-Milano Linate e Palermo-Torino, con nessuna possibilità per altri operatori del low cost di poter servire quelle destinazioni. Risulterebbe altrettanto dominante la posizione di Alitalia, nella cui pancia adesso opererebbe pure WindJet, anche nelle rotte Catania-Milano Linate (all’89%), Catania-Roma (al 79%), Palermo-Roma (al 74%), Palermo-Milano (al 73%) e Catania-Malpensa (al 61%). Insomma, fa notare l’Antitrust, “le quote cumulativamente attribuibili ad Alitalia-CAI e WindJet in termini di frequenze operate risultano significative, in quanto sempre prossime o superiori al 60%”. In pratica, l’effetto di calmierazione delle tariffe aeree finora esercitato da WindJet – che l’Antitrust considera un “importante e qualificato operatore” – verrebbe meno e, in un mercato molto regolamentato come il trasporto aereo passeggeri, la probabilità di avere ulteriori operatori, soprattutto nel segmento dei voli low cost, è pressoché nulla. Per tutti questi motivi, l’Antitrust ha avviato l’indagine istruttoria, come prevede del resto la legge. A questo punto, tenuto conto che è impensabile immaginare un “dietro front” dato che WindJet ha avviato la procedura di mobilità per i propri dipendenti, bisognerà capire quali saranno i possibili scenari, qualora l’Antitrust si esprimesse in una direzione piuttosto che in un’altra. In questi casi, c’è un trade-off, ovvero un delicato compromesso, fra sorti dell’azienda e riflessi per i consumatori. Il solito dilemma di fronte al quale storicamente è posta la società civile siciliana, sovente per incapacità dei propri amministratori pubblici di prefigurare il problema in anticipo. Se l’operazione verrà benedetta da Antitrust, sarà costituita una nuova società partecipata da Alitalia che prenderà in carico buona parte degli asset di WindJet: si salverà così l’azienda siciliana. Tuttavia, con una posizione così forte di Alitalia, potranno risultare penalizzati sia i viaggiatori, per effetto di possibili aumenti delle tariffe o di penalizzazione nell’organizzazione dei servizi, sia i potenziali concorrenti della compagnia di bandiera. Se, invece, l’operazione verrà giudicata negativamente dall’Antitrust, e si dovranno applicare le norme della legge per la tutela e la concorrenza del mercato, con tutte le possibili soluzioni che ne deriveranno, a rischio sarà la posizione dell’ex WindJet inesorabilmente destinata, salvo miracolosi interventi dell’ultima ora, ad uscire dal mercato, con pesanti implicazioni anche sul versante occupazionale. Comunque andrà a finire la vicenda, dunque, ci perderà ancora una volta la Sicilia intera. Non riusciremo a darci pace fin quando non sarà spiegato chiaramente perché una compagnia redditizia come WindJet, con un fatturato crescente dal 2003 ad oggi, seppur progressivamente indebitata, leader nel segmento dei voli low cost soprattutto in alcune tratte fra le più trafficate, operante in un mercato in crescita, a presidio di un aeroporto – quello di Catania – considerato tra le basi operative più importanti in Italia, venga venduta in tutta fretta alla compagnia di bandiera, paventando motivi di crisi che onestamente è difficile capire quali siano. E’ chiaro che, se tutto dovesse andar liscio senza intoppi da parte dell’Antitrust, l’Alitalia avrà fatto un terno al lotto, portandosi a casa, senza spendere un quattrino, una compagnia aerea redditizia ed un pezzo di mercato del trasporto aereo in cui difficilmente sarebbe riuscita ad entrare. Con l’ulteriore effetto di controllare pure la Sicilia, la sua gente, la sua economia e il suo turismo. Amen!

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I VESPRI, 9 giugno 2012 (n.22)

COMMERCIO A CATANIA. USCIRE DALLA CRISI E’ POSSIBILE

Un interessante seminario di studio, promosso da Confcommercio Terziario Donna, ha riaperto il dibattito a Catania e provincia sulle opportunità e difficoltà del fare impresa nel commercio. L’iniziativa, promossa dalla presidente Gabriella Vicino, ha messo insieme esperti del settore, funzionari delle associazioni di categoria, neo imprenditori, consulenti e docenti universitari, nel tentativo di capire come, oltre la crisi, sia possibile rivitalizzare il comparto del commercio che, a Catania e provincia, vale da solo il 35,76% di tutte le imprese attive al sistema camerale, con un grado di redditività – misurato dal rapporto EBITDA su vendite – che è del 4,21%, in base ai dati degli ultimi bilanci disponibili. Eppure, questo settore è in sofferenza. L’indice di indipendenza finanziaria si mantiene al di sotto o, comunque, di poco sopra al 20% negli ultimi due anni; ciò è un inequivocabile segnale della fragilità finanziaria delle imprese commerciali, spesso sotto capitalizzate, e con una incidenza dei debiti bancari sul fatturato vicina al 13%. Trattasi di imprese piccolissime (il 64% ha appena un dipendente; il 20% fra due e cinque dipendenti) che sovente, in tempi di crisi, funzionano come ammortizzatori sociali: pur in grosse difficoltà, non licenziano, perché è quasi paternalistico il rapporto fra imprenditore e collaboratori. Il commercio, però, è il settore che ha registrato, percentualmente, il numero più elevato di cessazioni: il saldo negativo tra nuove imprese e cessate è del 35,64% nel primo trimestre del 2012, era del 29,41 nell’analogo periodo dell’anno precedente. I motivi della crisi sono molteplici. Innanzitutto, pesano come un macigno i processi di concentrazione dell’offerta sia nei comparti di riferimento che nei territori: il boom dei centri commerciali a Catania, ad esempio, è uno dei motivi principali, ma non l’unico, della crisi del commercio. Una parte di responsabilità ce l’hanno pure le amministrazioni locali e quella regionale, perché sono inadeguate sia le politiche di valorizzazione dei centri urbani sia le modalità di gestione delle infrastrutture logistiche e di trasporto: molti centri urbani, ad esempio, sono aggrediti dai grandi mezzi di trasporto per lo scarico delle merci e non si intravedono soluzioni più moderne di city logistics sperimentate invece con successo in altre città del Centro Nord. La crisi, tuttavia, è anche figlia di alcune miopie degli operatori del settore. La capacità aggregativa è modesta e l’esperienza dei centri commerciali naturali va avanti a singhiozzo, tra alti e bassi. La diffusione di tali centri, organizzati per temi o aggregazioni di quartiere, costituirebbe una valida risposta degli esercizi di vicinato allo strapotere della GDO nei centri commerciali artificiali. Non ultime, le politiche di business dei singoli commercianti sono spesso inadeguate: c’è ancora molta approssimazione sulle politiche di marketing, di assortimento, di layout espositivo: pertanto, la tradizionale capacità di servizio del piccolo commerciante viene messa in discussione e molta clientela preferisce il “mordi e fuggi” delle grandi superfici. Al seminario di Confcommercio Terziario Donna, tuttavia, si è provato a fare un ragionamento diverso e studiare alcune soluzioni per venir fuori dalla crisi. L’integrazione con il turismo, un settore “nascente” nell’economia catanese, potrebbe essere una prima via d’uscita, come del resto evidenziato alla X Giornata dell’Economia promossa dalla Camera di Commercio. Una profonda revisione dei modelli di business delle singole imprese commerciali potrebbe rappresentare un’occasione per rivitalizzare dall’interno l’offerta di tante piccole realtà imprenditoriali che storicamente hanno contribuito a definire la vocazione mercantile di Catania. Infine, le esperienze associative, a partire dai centri commerciali naturali, andrebbero intensificate, animate dall’interno dagli stessi commercianti, e ampiamente sostenute sia dalla pubblica amministrazione sia dai consorzi fidi e dalle banche. Catania e la sua provincia, infatti, vantano una solidissima tradizione nel commercio e nel terziario che non può essere cancellata per effetto della crisi. In questo, anche la tenacia, la determinazione e l’amore per il proprio lavoro di moltissime imprenditrici del commercio potrebbero essere determinanti per una ripresa del comparto.

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I Vespri 2 giugno 2012 (n.21)

GLI IMPRENDITORI DEL FUTURO E LA CULTURA DELLO START UP

Si è concluso, alla Facoltà di Economia, il ciclo di seminari dal titolo “Start Up Academy”, organizzato dalla cattedra di Economia e Gestione delle Imprese, dal gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Catania e dall’Unione Giovani Dottori Commercialisti. Sei incontri per introdurre i giovani studenti universitari alla cultura dello start up, ovvero della creazione di nuova impresa a partire da idee e progetti imprenditoriali da condividere con una platea ampia di professionisti, esperti, consulenti e docenti. A partire dal primo seminario, dove è intervenuto Roberto Bonzio, giornalista e blogger, responsabile di Italiani di Frontiera, si è discusso su fare impresa in Sicilia, sulle risorse legali ed amministrative necessarie per avviare un’impresa, sulle risorse finanziarie per i progetti imprenditoriali; si è lavorato in aula sulle modalità di redazione di una sowt analysis, cioè dell’analisi dei punti di forza e di debolezza interni nonchè delle minacce e delle opportunità esterne. Poi è toccato agli studenti, 165 in tutto organizzati in 42 team, presentare idee e progetti col supporto della swot analysis. Un viaggio interessante che ha stuzzicato la fantasia e la creatività di molti giovani, con iniziative possibili nei campi del turismo, dell’agricoltura, dei servizi alla persona, dell’edilizia alternativa, dell’ambiente, dei servizi urbani e naturalmente di un ampio spettro di progetti basati sul web e su Internet.  In un sito Internet dedicato (www.startupacademy.it) è conservata la memoria delle iniziative svolte in questi mesi alla Facoltà di Economia e chiuse dal seminario del 19 maggio scorso cui hanno partecipato il presidente della CNA di Catania Salvatore Bonura, il consulente Roberto Marino, il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Sicilia Silvio Ontario e di Confindustria Catania Antonio Perdichizzi, e il responsabile di Italia Camp Andrea Gumina. Infine, il momento più atteso: la nomination per i primi dieci progetti e la proclamazione dei tre vincitori ai quali è stata assicurata la partecipazione a Start Up Weekend, in programma dal 25 al 27 maggio a Catania. Giudicati da una commissione composta da commercialisti, imprenditori e docenti, sono andati in nomination i progetti: Gruppo Sciacca (di Maurizio Piccione, Graziana Scandura, Claudio Sciacca, Nunzio Sergi e Filippo Urzì) con un’iniziativa di apicoltura; Double Brown (di Giuseppina Martello e Francesca Polizzi) con un’idea di azienda agricola ed annessa fattoria didattca; BiCity (di Giusy Bifarella, Salvatrice Daniela Camuglia e Mariangela Destro Pastizzaro) con un progetto di bike sharing a Catania; Castello Svevo di Augusta (di Angelo e Veronica Aglieco, Carlo Palumbo, Salvatore Pira, Marco Noè) con un’iniziativa di valorizzazione dei monumenti della cittadina siracusana; Flask Lab (di Angelo Battaglia, Lucio Passanisi, Carla Ossino, Riccardo Spina e Giuliano Tosto) con un’idea di servizi di placement lavorativo attraverso i social network; Green Power (di Giuseppe Catalano, Andrea Gallitto, Rosario Leonardi, Ignazio Marchese Ragona e Rosario Musmeci) con un progetto di produzione di biopellet; Green Thinking (di Andrea Intravaia, Carmelo Di Chiara, Francesco Costa, Fabrizio Raciti e Andrea Frasca), un’ipotesi di azienda edile per costruzioni in balle di paglia; Glocal Sicily (di Antonio Musumeci, Igor Spina e Claudia Presti), un progetto di turismo esperienziale attraverso una piattaforma web; Lightness (di Kabiria De Melio, Fabiana Iozza e Gabriele Giuffrida), un’iniziativa di produzione di prodotti alimentari per soggetti intolleranti; Sicilian Food Exports (di Claudio Barbagallo, Valeria Battaglia, Giuseppe La Magna, Alessandra Mattina, Ambra Origoni, Donatella Toscano, Alessandra Valastro), un progetto per l’esportazione di prodotti tipici siciliani. Hanno guadagnato le prime tre posizioni rispettivamente Flask Lab, Glocal Sicily e BiCity. Ai primi due anche l’onore di poter partecipare per un anno a tutte le iniziative dei Giovani Imprenditori di Confindustria Catania

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AKIS, 2 giugno 2012

ABBIAMO BISOGNO DI LAVORO

E’ un’economia quella delle Aci che, sebbene stia attraverso una fase critica comune ad altri territori, può riprendersi, a condizione di riposizionare i modelli di business delle imprese che vi operano. Questa è l’indicazione più forte emersa dal convegno “Abbiamo bisogno di lavoro! Problemi e prospettive per il nostro territorio”, organizzato dal progetto Policoro e dall’Ufficio di Pastorale sociale della Diocesi di Acireale. L’analisi del territorio ha riguardato i cinque comuni delle Aci – Acireale, Acicastello, Acicatena, Aci S.Antonio e Aci Bonaccorsi – che insieme equivalgono al 2,06% di tutta la superficie della provincia di Catania, all’11,09% della popolazione provinciale, nonché al 9,45% di tutte le imprese attive al sistema camerale di Catania. Si tratta, tuttavia, di un territorio che è stato provato dalla crisi: il 7,61% di tutte le procedure concorsuali avviate in provincia per le imprese si è registrato proprio nelle Aci  che, tuttavia, registra un saldo nati-mortalità fra imprese iscritte e cessate del +1,90% rispetto alla media provinciale che è del +1,43%; l’indice di indipendenza finanziaria, calcolato su 1033 bilanci, è del 19,52%, dunque più basso della media provinciale che è del 25,48%, ciò significa che le imprese sono  poco patrimonializzate e assai indebitate. Il dato più allarmante riguarda però la contrazione del credito bancario: in un anno, dal 2010 al 2011, ci sono stati venticinque milioni di euro in meno di prestiti erogati dalle banche, ma è diminuita anche di 22 milioni di euro la consistenza dei depositi. Al di la dei diversi motivi che l’hanno originata, la crisi delle imprese è prevalentemente di liquidità. Ci sono possibili vie d’uscita? Al convegno diocesano se n’è parlato, anche se ovviamente il tema meriterebbe una discussione più ampia e il coinvolgimento delle principali forze economiche del territorio. Ad esempio, s’è discusso di turismo. E’ un settore promettente, non v’è dubbio, ma ancora oggi poco meno di una speranza. Le imprese dell’ospitalità costituiscono ad Acicastello lo 0,83% e ad Acireale lo 0,65% di tutte le imprese attive al sistema camerale; a Rimini, tanto per avere un termine di confronto, sono pari al 5,86%. Ad Acireale, che è la città capofila del distretto turistico Mare dell’Etna, le presenze turistiche alberghiere erano pari a 324.868 nel 2005 e sono crollate a 205.516 nel 2010; mancano i dati del 2011 e non sono disponibili nemmeno i dati della prima parte dell’anno 2012 che, a seguito della chiusura dell’Excelsior Palace Terme, saranno sicuramente ancora più negativi. Più stabile, negli ultimi sette anni, il dato delle strutture extra-alberghiere, tra cui i bed & breakfast, che registrano fra 65.000 e 70.000 presenze all’anno. E sono proprio i distretti turistici, i centri commerciali naturali e le altre forme di collaborazione fra le imprese tra le possibili vie d’uscita alla crisi. Come pure, le politiche territoriali a sostegno della competitività delle imprese: le esperienze finora maturate nel campo della programmazione integrata e territoriale (PIT 30, patto territoriale delle Aci) sono state utili, ma insufficienti a rigenerare un tessuto imprenditoriale che ha bisogno di nuovi modelli di business sperimentabili da parte delle imprese esistenti e di nuove iniziative imprenditoriali, che possano essere avviate dai giovani. Al convegno si è tentato di immaginare nuovi percorsi per lo sviluppo delle Aci e si sono prospettati possibili campi di intervento: le strutture turistiche per l’ospitalità diffusa, i servizi web-based, i servizi alla persona, le produzioni agricole di nicchia, l’artigianato artistico, le attività manifatturiere connesse ai settori hitech e al polo della microelettronica, l’edilizia nei nuovi campi, quali l’housing sociale.

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LA SICILIA, 24 maggio 2012

CATANIA START-UP CITY, I PRESUPPOSTI CI SONO TUTTI

E’ possibile pensare ad una Catania start-up city, come auspicano i giovani imprenditori di Confindustria, o in modo più ambizioso ad una Catania smart-city? Le recenti iniziative, moltiplicatesi in modo esponenziale nelle ultime settimane, lasciano ben sperare. C’è una forte mobilitazione che proviene da diversi ambienti: scuole superiori, Università, enti pubblici, enti di ricerca, istituzioni comunali e provinciali, associazioni rappresentative degli imprenditori e dei lavoratori, ordini professionali, gruppi spontaneamente formatasi fra associazioni, imprese e semplici cittadini. Nel piccolo, anche noi abbiamo contribuito con l’iniziativa Start Up Academy, felicemente conclusasi alla facoltà di Economia. Molte le iniziative, diverse nella genesi e nelle modalità di svolgimento, ma tutte finalizzate ad uno stesso obiettivo: risvegliare nei giovani la voglia di fare impresa, stimolare nuove idee di sviluppo economico, metterle in rete e condividerle, individuare “angeli custodi” capaci di sostenere, guidare ed assecondare questa tensione al cambiamento, attrarre gli investitori finanziari e renderli partecipi di questa voglia di cambiamento. Forse è veramente il primo passo verso quel modello di start-up city che i giovani industriali immaginano possibile a Catania e nel suo territorio di riferimento. I presupposti ci sono tutti perché questo progetto ambizioso si possa realizzare. Innanzitutto, demograficamente parlando, c’è una buona percentuale di giovani sul totale della popolazione: 22,92%  di età compresa fra 18 e 35 anni contro il valore medio nazionale che è 19,96%. Poi, c’è una buona percentuale di imprese giovanili sul totale delle imprese attive: il 15,26% contro una media nazionale dell’11,94%. Infine, c’è un sistema di “education” fra scuole, Università e mondo della formazione che è tra i più vivaci del Sud Italia e che naturalmente va difeso e preservato. Non ultimo, c’è una vivacità intellettiva dei nostri giovani non indifferente. Fino a che punto si possa trasformare in volontà di fare impresa è ancora presto per dirlo. Ma sicuramente questa voglia di scommettersi, di pensare al proprio futuro in modo diverso, di far leva di più sulle proprie risorse non va mortificata né dagli adulti né da chi ha responsabilità politiche ed istituzionali. Non va nemmeno strumentalizzata, perché sarebbe il peccato più grave che le generazioni di adulti, talora un po’ rinunciatarie rispetto all’idea di cambiamento, commetterebbero in questo difficile scorcio di storia del nostro territorio

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La Sicilia, 17 marzo 2012

“CAPITALISMO SELVAGGIO DA ROTTAMARE”, PUNTIAMO SU NUOVI VALORI CONDIVISI

L’articolo “Il dovere di fare impresa” di Domenico Tempio offre lo spunto per una riflessione più ampia sul significato del fare impresa oggi. Richiamando Michael Porter e Mark Kramer in un articolo su Harvard Business Review, si prospetterebbe l’opportunità di “reinventare il capitalismo”, soprattutto dopo gli effetti negativi di un capitalismo selvaggio, finanziario e senza scrupoli. Reinventare il capitalismo, anche perché non si intravedono ancora reali alternative al modo di produzione capitalistico, essendo tramontata, con la caduta del muro di Berlino, l’alternativa rappresentata dall’economia centralizzata e pianificata. La deriva “selvaggia e senza scrupoli” del capitalismo finanziario ha trascinato anche l’impresa, da sempre motore e pilastro dei sistemi capitalistici moderni, non solo di tipo industriale. Il sistema delle imprese è stato investito da una valanga di critiche su scala globale; il mondo del business ha finito per perdere legittimità anche in Italia. Nella realtà quotidiana, emergono oggi “distorsioni di impresa”, lontane dall’idealtipo di impresa, che siamo soliti insegnare nelle aule universitarie: c’è l’“impresa isolata”, economicamente e psicologicamente, come dimostrano i recenti suicidi imprenditoriali; l’“impresa mortificata”, dalla proprietà e dalle banche; l’“impresa ricattata”, dalla criminalità ma anche dalla Pubblica Amministrazione; l’“impresa commissariata”, per la presenza invasiva della politica che pensa di risolvere i problemi aziendali cambiando gli organi di governance; l“impresa conflittuale” , in perenne stato di tensione con i dipendenti o, come quella familiare, fra i soci; l’impresa finanziarizzata”  ridotta ad ammasso di numeri e debiti. Mi sembrano pure distorsioni l’impresa “esterofila” che annusa  i mercati esteri, senza un reale approccio internazionale ad essi; quella “colonizzata” che si lascia dominare da nuovi padroni, spesso contigui al mondo dell’alta finanza e persino “l’impresa dell’antimafia”, che, paradossalmente, vuole distinguersi perché fa della legalità il fondamento della sua operatività, quando per definizione tutte le imprese dovrebbero saper coniugare competitività e legalità. Tutte forme distorsive ove si alterano le funzioni proprie di un’impresa (economica, sociale e patrimoniale) e si frammentano le finalità dell’impresa stessa unitamente alle finalità degli uomini che la governano. Ma possiamo veramente fare a meno delle imprese nell’attuale società? La crisi del capitalismo tradizionale, delegittimando il mondo del business, ha caricato impropriamente l’impresa di compiti e funzioni che spetterebbero, invece, alle amministrazioni pubbliche e, in parte anche alla società civile, contribuire a risolvere. C’è un capitalismo sotto assedio oggi, anche da parte dell’opinione pubblica. E sono sotto assedio anche le imprese italiane.  Su 6.110.074 imprese registrate (di cui il 95,20% micro-imprese), il 6% sono in crisi dichiarata (per via di liquidazione, scioglimento e procedure concorsuali), addirittura il 9,96% sono a rischio default finanziario; l’indice di indipendenza finanziaria dal 2008 al 2010 è sceso dal 37,04 al 31,82%. In Sicilia, su 463.475 imprese registrate (di cui il 96,78% microimprese), il 7% sono in liquidazione, scioglimento e ammesse alle procedure concorsuali; il 14,75% è a rischio default finanziario, e l’indice di indipendenza finanziaria è sceso dal 28,13 al 27,84% in due anni, seppur con uno spread più basso della media nazionale. L’Italia è all’87°posto su 183 Paesi, nella speciale graduatoria del “Doing Business”. Morale della favola: in una condizione di crisi dell’impresa, bisogna ripensare all’impresa stessa e ad un nuovo tipo di capitalismo. Ma in che modo? Nel citato articolo, Porter e Kramer fanno riferimento ad un modello di capitalismo capace di creare valore condiviso, in cui si crei un circolo virtuoso fra le “buone prassi” di imprese, territori ed amministrazioni pubbliche. “Valore condiviso” non significa per le imprese rinunciare a profitto e investimenti, indispensabili per la crescita e lo sviluppo delle imprese; ma significa svolgere pure una funzione educativa, ad esempio nei confronti dei fornitori, dei dipendenti, di altri stakeholders anche per evitare lunghe catene di inefficienza che finiscono poi per riverberarsi sul consumatore finale. Emblematico è il forte differenziale prezzi alla produzione – prezzi al consumo che si registra in molti settori dell’agricoltura. Domanda finale: il capitalismo è da reinventare, come hanno sostenuto Porter e Kramer, oppure da rivisitare?  Una domanda cui non è facile rispondere. Se l’era posta il Beato Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus. Eravamo nel 1991. Quello del Pontefice era un presagio sulla crisi di un certo tipo di capitalismo o un monito sui rischi di una deriva del capitalismo?

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La Sicilia, 10 ottobre 2011

IMPRENDITORIA E POLITICA RITROVINO COMPATTEZZA

Ho letto con interesse il contributo dell’imprenditore Mimmo Costanzo su La Sicilia di domenica 9 ottobre e mi sento di condividere con lui il convincimento che compito principale di chi esercita un’attività economica è fare il buon imprenditore e contribuire, attraverso l’impresa, allo sviluppo economico del Paese. Avrei avuto qualche difficoltà, come docente di Economia e gestione delle imprese, ad inaugurare il ciclo di lezioni universitarie che comincia domani, indirizzando ai giovani il messaggio che l’imprenditore deve innanzitutto “fare politica” in un Paese che in questo momento sta vivendo una profonda crisi, di valori prima ancora che economico-finanziaria. Non v’è dubbio comunque, e anche qui concordo con l’industriale catanese, che il “movimentismo” affermatosi negli ultimi tempi evidenzia un diffuso malessere degli imprenditori, piccoli, medi e grandi, di fronte ad un modo di far politica incapace di individuare soluzioni intelligenti per uscire dalla crisi, magari puntando sul trinomio impresa – lavoro – giovani all’interno di un rinnovato paradigma fondato su innovazione e competitività. Ci sono imprese, come quella guidata dal dott. Costanzo, che hanno dimostrato coraggio ed intraprendenza, mobilitando capacità e risorse per iniziare esse stesse a dare un apporto significativo alla società nella direzione del cambiamento. I “numeri” e i risultati raggiunti confermano la bontà delle scelte finora compiute; siano d’esempio per molti altri colleghi chiamati, oggi più che mai, a valorizzare pienamente i talenti imprenditoriali (coltivati da soli o ricevuti dai genitori) per imprimere una direzione nuova al rilancio del Paese e della Sicilia. E’ questo il tessuto delle medie imprese che, espressione di un capitalismo familiare talora denigrato talaltra esaltato, costituiscono un pilastro importante ed irrinunciabile dell’economia italiana. Ma, in mezzo alle medie, ci stanno, da un lato le grandi imprese e, dall’altro lato, una miriade di piccole e piccolissime aziende. Un pensiero immediato è rivolto a queste ultime perché vivono ormai completamente attanagliate dalla crisi, ma silenziosamente operose, dignitosamente attive nei mercati, capaci ancora di assicurare seppur minimi livelli occupazionali, assai indebitate e sottocapitalizzate, ignorate dalle pubbliche istituzioni e fortemente condizionate dal sistema bancario. Sono realtà che non sempre riescono a fare lobby, nonostante la forza numerica delle associazioni che le rappresentano, e che, anche se compattamente unite, non riusciranno mai ad avere adeguata rappresentatività nel sistema politico. Con il rispetto che merita il lavoro imprenditoriale, mi risulta difficile dire oggi ad un piccolo artigiano, commerciante o agricoltore in crisi di fare il buon imprenditore (e sono la stragrande maggioranza in Sicilia), quando questi ritiene di aver già fatto il massimo nelle quotidiane difficoltà del mestiere e di fronte ad una generale indifferenza della società rispetto al lavoro che svolge. A tali livelli, pertanto, la “politica associativa” va sostenuta e rafforzata, favorendo anche nuove forme di coordinamento fra le diverse sigle, come recentemente sperimentato da Rete Imprese Italia che aggrega le cinque maggiori associazioni dell’imprenditoria diffusa nel nostro Paese. Dall’altro lato, ci sono le grandi imprese, cui va rivolta altrettanta attenzione, perché una loro eventuale crisi ha ricadute tragiche sull’occupazione e sull’indotto, di scala sicuramente più ampia rispetto alle difficoltà in cui può trovarsi un piccolo imprenditore, titolare di una bottega artigiana, ove lavora al massimo insieme a qualche altro collaboratore. Dalla crisi in cui versano le grandi imprese, si esce fuori non con un’unica, ma con soluzioni diverse. La Fiat ha scelto la strada di andare da sola, rideterminando complessivamente i propri livelli di competitività su base internazionale. Altre imprese, anche col concorso di Confindustria, stanno sperimentando di ristabilire, su basi nuove e più intelligenti, il dialogo con le organizzazioni sindacali e le rappresentanze dei lavoratori, al fine di pervenire a soluzioni di sviluppo più condivise.  Altre ancora hanno puntato su una maggiore integrazione con il mondo bancario e su una maggiore apertura ai nuovi strumenti resi disponibili dai moderni sistemi finanziari, come il private equity e il venture capital. Altre imprese hanno scelto con maggiore convinzione la strada dell’internazionalizzazione, sperimentando alleanze e partnership con altre società straniere. Concordo con il dott. Costanzo che la tentazione di scendere direttamente in campo in politica è forte, soprattutto dove sono presenti carismatici leader di riferimento; ma essa non è la panacea di tutti i mali. Una rondine non fa primavera. All’estremo opposto, la commistione politica-impresa è pericolosissima, sfocia rapidamente nell’illegalità, perché le scorciatoie intraprese da pochi non servono affatto alla società.  C’è una terza via: fare gioco di squadra e saper rappresentare bene gli interessi di una categoria, gli imprenditori, nell’interesse di tutto il Paese e non soltanto di chi fa impresa. E tra grandi e piccoli imprenditori, con in mezzo i medi, è necessario fare ancor di più e, attraverso il dialogo costante, costruire un gioco di squadra collettivo per riaffermare, con forza, la straordinaria capacità imprenditoriale del nostro Paese, forse un po’ troppo dimenticata nell’affermarsi del dirompente linguaggio della politica. Una politica che, nel prossimo futuro, magari non sarà composta da imprenditori, ma che potrà mai prescindere in nessun caso dalla rilevanza che la cultura d’impresa può avere in diversi campi della società. Se così sarà, mi risulterà più facile e diventerà più credibile riaffermare ai giovani che un’impresa, buona cittadina del mondo, quali che siano la dimensione e la proprietà pubblica o privata, assolverà sempre a tre importanti funzioni: di produzione e distribuzione di ricchezza; soddisfacimento dei bisogni della collettività; generazione di indotto, creazione di posti di lavoro e di professionalità.


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