Scrivono di me

In questa sezione, al contrario dell’altra dove io sono a scrivere, sono ospitati articoli e servizi giornalistici, anche radiotelevisivi, che riportano miei interventi e contributi, anche in occasione di convegni pubblici, seminari o conferenze. Sono grato agli amici giornalisti che mi hanno gratificato del loro contributo.

**********

Competitività e maggiore coordinazione. Intervista al Prof. Rosario Faraci sulle realtà aziendali del nostro territorio su Prospettive n.31 del 9 settembre 2012.

Intervista al Prof. Rosario Faraci sulle realtà aziendali del nostro territorio (di Antonella Agata Di Gregorio)

Affrontare temi relativi all’economia porta inevitabilmente a delle consequenziali considerazioni d’insieme di carattere sociologico. Tali questioni si inseriscono, oggi più che mai, all’interno di un quadro generale segnato da uno stato di crisi che investe tutti i settori, dunque l’intera società, e attualmente non lascia molti spiragli di miglioramento per il futuro. Al di là di mere percentuali, proiezioni e dati c’è un rischio considerevole che mina alla base la stabilità del vivere quotidiano dell’uomo – cittadino. La crisi, questa coltre scura che grava ormai sull’attuale società, porta con sé segnali di recessione, fasi di stallo e mette inevitabilmente in luce le carenze insite, e molto spesso mal celate, nel sistema economia. Tutti i mass media, chi più chi meno, hanno approfondito e sviscerato quotidianamente e costantemente i diversi problemi legati a tale stato, mettendo in evidenza diverse sfaccettature e pareri contrastanti. Ma ciò che manca, o che almeno non è chiaramente messo a punto, è la situazione territoriale a livello capillare, ovvero le condizioni delle aziende che operano nelle diverse territorialità e che vanno a creare quella fitta rete di produttività che è il tessuto connettivo della nostra economia. Se vogliamo porci delle domande e ricercare i tanti perché, i se ed i ma… forse non possiamo addossare tutta la colpa alla classe politica che, se in gran parte ha omesso con la sua mancanza di vigilante attenzione di mettere in chiaro i problemi e non ha avuto la forza per trovare eventuali soluzioni, non è l’unica ‘colpevole’. Gli addetti ai settori probabilmente non sono stati abbastanza lungimiranti nell’adeguarsi ai cambiamenti repentini che investono continuamente il mondo dell’economia. Per delineare il quadro economico delle aziende presenti all’interno del nostro territorio abbiamo intervistato Rosario Faraci, Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania. Il prof. Faraci è stato Visiting Professor di Strategia alla University of Florida (Stati Uniti) e da diversi anni collabora con la Camera di Commercio di Catania per conto della quale ha realizzato numerosi studi e ricerche sulle imprese del territorio

 Il quadro economico generale non è certo dei migliori. In questo stato di crisi plurisettoriale, che tipo di difficoltà devono affrontare le aziende del nostro territorio?

“Le nostre aziende sono in crisi per motivi diversi. Ci sono ragioni contingenti legate alla crisi dei mercati internazionali, in particolare di quelli finanziari su scala globale. Ci sono poi ragioni specifiche legate all’andamento di taluni settori. Ad esempio, in agricoltura molte imprese versano in condizioni critiche perché soffrono la concorrenza sui prezzi a livello internazionale. Nell’edilizia la crisi è da domanda, sia finale che intermedia, dato che molti strumenti di programmazione urbanistica sono bloccati e i lavori pubblici sono in fase di stallo. Nel commercio, che poi è uno dei settori portanti della nostra economia locale, la crisi è legata al crollo dei consumi, ma anche all’incapacità di molte piccole imprese di reggere il confronto con i centri commerciali. Ma ci sono anche ragioni più strutturali, che hanno origini lontane. Le nostre imprese sono piccole, padronali o familiari, poco internazionalizzante, non fanno rete, hanno modelli di business non più adeguati all’evoluzione dei mercati. Dunque, versano in condizioni critiche, perché fondamentalmente sono poco competitive”.

 Possiamo delineare un profilo di queste aziende, paragonando la loro condizione attuale a quella di qualche tempo fa e tenendo presente la situazione delle altre aziende su scala nazionale?

“Se assumiamo come riferimento il territorio di Catania, esso è popolato, come altrove del resto, da piccole e piccolissime realtà aziendali; giuridicamente sono ditte individuali, con una leggera presenza dei familiari nella gestione quotidiana, qualche collaboratore ed operano nei settori più tradizionali, come l’edilizia, l’artigianato, il commercio, i trasporti e ovviamente l’agricoltura. Poi ci sono le medie e le grandi che, sul totale delle imprese attive al sistema camerale, che sono quasi 83.000, valgono percentualmente meno che in altre province italiane. Mantengono una configurazione familiare sia nella governance che nella gestione; operano in settori tradizionali, con forte caratterizzazione economica nel commercio; ma rimangono poco competitive, perché scarsamente internazionalizzate e poco innovative, sul versante della ricerca e sviluppo. Soffrono dal punto di vista finanziario, come del resto le piccole e piccolissime, ma mediamente sono più indebitate verso il sistema bancario e, dunque, alla lunga, con la situazione di stretta creditizia, potrebbero ulteriormente soffrire, come dimostrano i recenti fatti di questi ultimi mesi. C’è infine la grandissima impresa, che nel nostro territorio si limita a poche esperienze nel settore della microelettronica e del farmaceutico, ma si tratta per lo più di filiali di multinazionali, le cui scelte di gestione vengono assunte altrove”.

 Secondo Lei, le aziende quali strategie possono adottare per migliorare la loro condizione in termini di rilancio e competitività?

“Io sono dell’avviso che bisogna individuare nell’agenda politica e delle istituzioni il problema della competitività, assumendo una prospettiva ampia, di competitività del territorio nel suo complesso e dunque delle imprese che in esso vi insistono. Il nesso è di tipo circolare, poiché un territorio più competitivo e attrattivo migliora la competitività delle imprese esistenti e ne attrae di nuove e, dunque, il maggior livello di competitività delle imprese accresce il potenziale di competitività e di attrattività di un territorio. Oggi tutto ciò non si vede, e non solo per miopia della classe politica. Io auspico che si possano creare nuovi tavoli per affrontare seriamente la questione. Immagino un tavolo di coordinamento promosso dalla Camera di Commercio, dalla Prefettura e dall’Ufficio Provinciale del Lavoro che riesca ad affrontare, in modo olistico, i problemi di sviluppo economico del territorio e delle imprese. A sua volta, questa sorta di task force potrebbe promuovere tavoli tecnici specifici su singole questioni, magari avvalendosi del contributo di professionisti, intellettuali e dell’Università. Prenda ad esempio, il problema delle infrastrutture. Se non si assicura un coordinamento fra le principali infrastrutture del nostro territorio, cioè il Porto, l’Aeroporto, il costituendo Interporto, coordinandosi a sua volta con i gestori della rete stradale e ferroviaria, le nostre imprese, operando prevalentemente nei settori tradizionali, continueranno a scontare un deficit di competitività rispetto al resto del Paese che incide mediamente almeno per il 30% dei costi totali. E poi, via via, tutte le altre problematicità, cominciando dal credito, che a Catania e provincia, in un anno, si è contratto di quasi mezzo miliardo di euro; per finire, con i fondi strutturali ed europei che vanno intercettati con progetti seri e credibili e, una volta ottenute le risorse, vanno spesi per riattivare il virtuoso circuito dell’economia. Credo, infine, in tutta onestà, che bisogna lavorare sodo anche per migliorare la professionalità dei nostri imprenditori, abituandoli a ragionare su modelli di business e di governance delle loro imprese che siano più consoni ai tempi che cambiano rapidamente”.

**********

Santa Venerina. Saro Faraci, Salvo Di Dio ed Enzo Mellia intervistati da Giovanni Vecchio

INCONTRO CON TRE POETI SINGOLARI (La Voce dell’Jonio, 22 luglio 2012)

Venerdì 23 luglio 2012, nella raffinata cornice de “I Giardini di Villa Fago” di Santa Venerina si è svolta la manifestazione culturale “Una sera d’estate…tra Musica e Poesia”, organizzata dall’associazione “Storia, Cultura e Sviluppo Territoriale” di S.Venerina in collaborazione con l’Accademia Galatea di S.Venerina.  La manifestazione culturale ha visto la partecipazione di alcuni affermati professionisti che si sono cimentati con la poesia: il prof. Rosario Faraci, il dr. Salvo Di Dio e l’avv. Enzo Mellia. Dopo i saluti iniziali del Presidente Sto.Cu.Svi.T. Domenico Strano e del Presidente dell’Accademia Galatea prof. Salvatore Musumeci, i due presentatori della manifestazione, il prof. Giovanni Vecchio e la dr.Maria Lizzio (Vice presidente Sto.Cu.Svi.T.) hanno dato il via alla manifestazione, presentando al pubblico, numeroso e molto partecipe, il M°Giuseppe Musumeci (piano e violino) e il M°Rosario Mangano (tromba), due giovanni musicisti di rilievo che insegnano nell’Accademia Galatea, a cui sono state affidate, congiuntamente alla giovanissima Federica Sparti, le note musicali della serata. Subito dopo il primo intermezzo musicale, il primo ospite ad intervenire è stato il prof. Rosario Faraci, professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Catania (Facoltà di Economia), autore di tantissime pubblicazioni in italiano e in inglese, di curatele e articoli, e responsabile di numerosi incarichi scientifici in Italia e all’estero. La sua poesia a rima baciata, semplice ma profonda e spesso contrassegnata da un pizzico di ironia, concerne la vita di tutti i giorni e le emozioni essenziali dell’uomo, sempre proiettata verso la speranza. Le poesie recitate, alcune interpretate dallo stesso Faraci, sono state “La Bussola d’Amore”, “Manuale”, “Un dì Speranza”, “La signora e la ragazzina”.

*********

C’E’ UN’IMPRENDITORIA “DIVERSA” CHE RESISTE ALL’ONDA D’URTO

Le aziende gestite da donne, da giovani e da extracomunitari soffrono ma rimangono esempi virtuosi. Il professore Rosario Faraci “Funzionano come ammortizzatori sociali” (di Maria Enza Giannetto su Impresa Informa, Giugno, anno IX, n.2, giugno 2012)

C’è un’altra impresa che sembra più forte. E’ un’impresa un po’ fuori dai canoni cui siamo abituati. Un’impresa “altra” perchè gestita da giovanissimi, da donne e da extracomunitari. Dai dati riportati nel “Report sull’economia della provincia” presentato alla Camera di Commercio in occasione della X Giornata dell’economia sembra, infatti, che queste imprese affrontino meglio la crisi. I dati però, si sa, vanno letti sempre con altri dati di riferimento, come spiega Rosario Faraci, professore ordinario di Economia e Gestione delle Imprese alla facoltà di Economia dell’Università di Catania.

Prof. Faraci, è corretto desumere che le imprese al femminile e quelle gestite da giovani o da extracomunitari affrontino meglio la crisi? Si registra questa controtendenza alla crisi?

C’è un’imprenditoria “diversa” a Catania che merita grande attenzione. E’ quella femminile, quella straniera e quella giovanile. In taluni casi, il dato provinciale si presenta superiore alla media regionale e nazionale, come avviene ad esempio per l’impresa “rosa” (24,5% sul totale delle imprese attive contro una media nazionale del 24,19) e ancor di più per quella giovanile (15,26% contro una media Italia dell’11,94%). Affermare, tuttavia, che queste imprese affrontino meglio delle altre la crisi è un po’ azzardato.  C’è da dire però che come molte altre di piccole e piccolissime dimensioni, queste imprese sono state capaci di resistere all’onda d’urto della crisi.

Qual è il motivo?

Le piccole imprese funzionano un po’ come ammortizzatori sociali, in tempi di crisi. Sono in forte difficoltà di mercato e di liquidità; fanno fatica a onorare puntualmente i debiti verso fornitori, banche, fisco e previdenza; ma è inverosimile che facciano pagare ai propri dipendenti tali condizioni assai critiche. C’è quasi un rapporto filiale fra datore di lavoro e collaboratori in moltissime nostre realtà. Dunque, tali imprese restano operative, non chiudono necessariamente, mantengono i livelli occupazionali, ma fondamentalmente rimangono poco competitive.

Come vanno letti questi dati?

Tutti i dati relativi alla natimortalità delle imprese vanno interpretati con prudenza, per evitare sia allarmismi, nel caso in cui il saldo sia negativo, che facili entusiasmi, nella situazione opposta. Ad esempio, la situazione catanese sembra peggiorata se mettiamo a confronto i dati del I trimestre 2012 con quelli dell’analogo periodo 2011 (-2,40 % e -1,87  % rispettivamente, calcolando tali valori sul totale delle imprese attive). Le iscrizioni camerali sono spesso un formale inizio di attività imprenditoriale, anche se non sempre operativa; inoltre, possono pure rappresentare occasioni di emersione del lavoro in nero, attraverso la regolarizzazione della posizione. Le cancellazioni non costituiscono sempre motivi di effettiva cessazione dell’attività d’impresa per effetto di fallimenti, liquidazioni o altre procedure; in taluni casi, sono cancellazioni d’ufficio per protratta inattività di impresa per un lungo tempo.

E’ vero che l’imprenditoria è una sorta di auto-impiego per quelle fette di popolazione che più difficilmente trovano un lavoro?

Si fa impresa per opportunità e per necessità. L’opportunità è quasi sempre legata alla scelta di cogliere i benefici di un lavoro autonomo, creativo ed appagante, nonostante le mille difficoltà. Di necessità invece si fa virtù. Ecco perché oggi fare impresa è anche una forma di auto-impiego per molti che fanno fatica a trovare un lavoro dipendente, soprattutto i giovani e le donne, anche perché i grandi contenitori di lavoro non esistono più o, come nel caso della pubblica amministrazione, non possono più ampliare le proprie fila.

Quali sono i settori più competitivi?

L’economia catanese poggia fondamentalmente sul terziario che vale il 52,9% delle imprese e quasi l’83,1% del valore aggiunto, cioè 13 miliardi di euro. In questo ambito, ci sono settori o segmenti di attività economica interessanti, come la ristorazione, il settore dell’ospitalità e dei servizi alle persone. Nel commercio, facendo un paragone fra ingrosso e dettaglio, è il primo settore ad assicurare decisamente margini superiori. Il quadro generale, tuttavia, evidenzia una condizione di scarsa competitività dell’intero sistema Catania: le imprese sono mediamente più piccole e sotto capitalizzate della media nazionale, il grado di apertura all’estero dell’economia è basso, si investe poco in ricerca.

Se dovesse dare un consiglio, verso quale settore indirizzerebbe un neo imprenditore?

Verso tutti i settori, non importa se appartenenti al primario, al secondario o al terziario. Il successo nel fare impresa dipende dalla voglia, dalla determinazione, dal coraggio di intraprendere, dalle capacità imprenditoriali. Occorre piuttosto che aspiranti e neo imprenditori si irrobustiscano maggiormente sul versante delle capacità. La spontanea moltiplicazione di iniziative, pubbliche e private, sul versante della cultura dello start-up registratosi nelle ultime settimane a Catania fa ben sperare anche per l’immediato futuro.

**********

Lo stato di salute delle aziende catanesi fotografato nel corso di un incontro alla Camera di Commercio

VOGLIA DI FARE E IDEE INNOVATIVE PER RISOLLEVARE L’IMPRENDITORIA (Eloisa Bucolo su Quotidiano di Sicilia del 29 maggio 2012)

Si è svolto nella sala del Consiglio della Camera di Commercio etnea il convegno, organizzato da Terziario Donna – Confcommercio sul tema “Recessione economica: opportunità per nuovi modelli di business”. Un appuntamento con le imprese, ma anche con i giovani che coltivano il segno di crearne una. Professori dell’Università di Catania e responsabili nell’area credito, servizi e sindacale si sono confrontati sull’andamento delle imprese del terziario che operano nel catanese per trovare possibili soluzioni alla polverizzazione dei flussi di consumatori causati dallo sviluppo della Gdo. “I parametri socio-economici – ha detto in apertura Pietro Agen, presidente della Camera di Commercio – dicono che la crisi non è catanese. Non è in atto una nuova crisi, ma la continuazione di una che investe l’economia italiana da 20 anni”. I primi dati del 2012, forniti da Rosario Faraci, ordinario di Economia e gestione delle imprese, non sono confortanti. “Confrontando il primo trimestre del 2012 con l’analogo periodo dell’anno precedente – ha detto – c’è un saldo negativo di natimortalità del 2,40% rispetto all’1,87% del 2011”. Non solo numeri, ma un’indagine che fotografa la realtà delle imprese catanesi e da cui risulta sempre in negativo il rapporto tra aziende che chiudono e nascono, con particolare difficoltà per commercio, agricoltura e costruzioni. Il terziario a Catania vale il 52,8% di tutte le imprese attive nella provincia, ma genera ricchezza per l’83%, pari a circa 13 miliardi di euro. Per lo più, si tratta di piccole aziende, sottopatrimonializzate e con un indice d’indipendenza finanziario basso, pari al 22,72. Critico, per tutte le imprese, il problema del debito tributario e previdenziale: l’esposizione finanziaria di tutte le aziende catanesi nei confronti di Serit Sicilia, negli ultimi dieci anni, equivale a 2,7 miliardi di euro. Dal 2007 a oggi c’è stato un continuo calo delle imprese attive con un picco negativo nel 2010, con 7.506 cessazioni. Quest’ultimo dato, tuttavia, necessita di essere interpretato correttamente, tenuto conto che sono cessazioni stabilite dalla Camera di Commercio e dunque talvolta di natura amministrativa. I dati snocciolati nel corso dell’incontro non mirano comunque a generare allarmismo, ma a scoraggiare gli avventurieri e incoraggiare i giovani capaci e con idee innovative. “Il nostro sistema scolastico – ha detto a tal proposito Orazio Licciardello, ordinario di Psicologia sociale – avrebbe bisogno di un restyling che miri alla riqualificazione professionale in termini di negoziazione, leadership, autonomia e cooperazione: approcci che forniscono ai giovani competenze trasversali, spendibili nell’imprenditoria”. Durante il convegno si è parlato di rating e delle possibilità di accesso al fondo centrale di garanzia e, in generale, al credito. Altro fattore di debolezza del circuito distributivo cittadino, poi, l’isolamento delle singole aziende e la difficoltà di queste nel fare rete. La creazione di Consorzi fra imprenditori, i cosiddetti Centri commerciali naturali, può essere un’opportunità per l’attività di sviluppo del centro storico, ma anche una risorsa per accedere ai finanziamenti e agli incentivi messi a disposizione dall’Ue e dalla Regione. Propositività, obiettività, cambiamento, crescita: questi i messaggi che, a gran voce, sono emersi durante il convegno. “Ai giovani d’ingegno e fantasia vogliamo dire: diventate imprenditori”, ha detto rivolta alla platea Gabriella Vicino, presidente Terziario Donna e imprenditrice catanese. “La contingenza economica sfavorevole – ha aggiunto – mette imprenditori e giovani di fronte all’esigenza di riformulare la propria idea di business. Fare impresa non è la strada più semplice, ma il nostro territorio ha bisogno di linfa nuova e, se si anno capacità e grande forza di volontà, può essere un “Klondike”.

**********

Progetto Policoro. Grandi assenti proprio i giovani al convegno con relatore il prof. Saro Faraci

COME POTERE RITROVARE IL LAVORO CHE NON C’E’ (L.V. su La Voce dell’Jonio del 27 maggio 2012) – 

Interessante convegno organizzato dalla Diocesi di Acireale (Ufficio Pastoriale Sociale) e dal Progetto Policoro lo scorso 21 maggio presso i locali della parrocchia San Paolo con relatore l’eccellente prof. Rosario Faraci. Un’analisi del territorio delle Aci (Acireale, Aci Castello, Aci Catena, Aci Bonaccorsi e Aci S.Antonio); una lettura, attraverso gli indicatori, della crisi che investe il territorio; l’individuazione, anche nel dibattito che ne è seguito, di possibili vie d’uscita. Tre direttrici su cui si è incentrato il dibattito e ha interessato gli intervenuti. Grandi assenti i giovani e le istituzioni. Dal convegno che ha visto comunque la partecipazione di numerose sigle sindacali e dell’associazionismo è nata un’ampia mobilitazione di nuove idee per lo sviluppo socio-economico del territorio. A dispetto della scarsa partecipazione giovanile, su cui evidentemente ha influito un problema di comunicazione sul valore dell’iniziativa, sono venuti fuori spunti molto interessanti, utili per riaprire il dibattito sul futuro sviluppo economico del territorio. La circolazione e condivisione di nuove idee, in questo particolare momento storico, è forse ancora più utile della presenza e della partecipazione ai convegni. Anche i social network possono aiutare a veicolare nuove idee, ad incubarle, a valutarle insieme a chi ha più esperienza. Fanno a tal proposito impressione i dati che in questo periodo fa registrare il blog curato dal Progetto Policoro con le offerte di lavoro del territorio. Una media di 150 contatti unici giornalieri che sottolinea come sia urgente intervenire proprio sulle tematiche riguardanti il lavoro è segno tangibile del bisogno di lavoro nella zona delle Aci. Un segnale forte che merita uno studio approfondito ed un coinvolgimento soprattutto dei giovani affinchè si possano trovare insieme vie d’uscita per un nuovo sviluppo imprenditoriale sostenibile ed in grado di rispondere alle esigenze ed alle potenzialità del nostro territorio. Non si può rimanere seduti ed aspettare che la contingenza e il “politico di turno” possa cambiare il corso della nostra vita lavorativa, sarebbe un grave peccato di omissione. Un cambio di mentalità, uno stimolo nuovo, l’attenzione a nuovi argomenti, i suggerimenti verso nuove forme imprenditoriali, un pungolo verso le istituzioni, un’attività che l’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro e il Progetto Policoro della Diocesi continueranno a portare avanti con nuove iniziative per tendere una mano e incoraggiare il territorio.

ACIREALE, GIOVANI ASSENTI AL CONVEGNO SUL “PROBLEMA LAVORO” CON IL PROF.FARACI (N.P. su La Sicilia del 23 maggio 2012)

Si è svolto lunedì pomeriggio ad Acireale, nella sala conferenze della parrocchia S.Paolo, il convegno promosso dalla diocesi nell’ambito del progetto Policoro, volto a promuovere in questo difficile momento di crisi l’occupazione. La relazione sul tema “Abbiamo bisogno di lavoro! Problemi e prospettive per il nostro territorio” è stata tenuta dal professore Rosario Faraci della facoltà di Economia e commercio dell’Università di Catania mentre ad accogliere gli intervenuti è stato il direttore dell’Ufficio di pastorale della diocesi, padre Marcello Pulvirenti. Da notare con rammarico, a dispetto dell’importanza dell’argomento tratto che coinvolge estese fasce di popolazione, come la sala fosse quasi vuota. Soprattutto pochi i giovani che hanno risposto all’appello. Il professore Faraci ha comunque effettuato una analisi del territorio delle Aci, con particolare riferimento ad Acireale, Aci S.Antonio, Acicatena, Aci Bonaccorsi ed Acicastello, monitorando così le considerevoli difficoltà delle imprese operanti in questo periodo e quindi le opportunità che potrebbero derivare, a giudizio del relatore, per chi avrebbe intenzione di crearsi un lavoro, in primo luogo dall’autoimpiego con la creazione di impresa, settore quest’ultimo che offre notevoli possibilità vista la disponibilità di fondi. Importante però comprendere quale ambio sia in grado di assicurare nel territorio una maggiore produttività rispetto le altre. Un altro settore dove “pescare” nelle località delle Aci potrebbe essere pure quello turistico, specialmente del settore extralberghiero con le sue diverse forme.

**********

LEGALITA’, CULTURA D’IMPRESA E SVILUPPO DEL TERRITORIO PER INIZIATIVA DELL’ASSESSORATO ALLA CULTURA DEL COMUNE DI SANTA VENERINA

Giovanni Vecchio su AKIS, sabato 12 maggio 2012

Il prof. Faraci, riferendosi all’ambito economico-imprenditoriale, ha esordito dicendo che nel nostro territorio (settore edile, dell’agricoltura, del commercio …) l’imprenditore si può identificare con l’impresa; non è come nelle grandi multinazionali americane in cui non si sa chi sia l’imprenditore. Questa persona ragiona di testa, di tasca e di cuore nel senso che ha bisogno di risorse per fare programmi a lungo termine, però ha anche bisogno delle risorse finanziarie (portafoglio) e di passarsi la mano nel cuore: egli giornalmente si trova in contatto con i propri collaboratori, che sono spesso gli stessi membri della famiglia. Tante di queste microimprese sono in difficoltà in tutta Italia e in modo più grave in provincia di Catania e tante sono fallite, anche perché le banche in questo momento non concedono prestiti. L’impresa di cui mi sono “innamorato” nel corso degli studi – ha detto il relatore -, costituita dall’imprenditore e dei suoi collaboratori e  che crea ricchezza e occupazione non la trovo facilmente nel nostro territorio dove ci sono imprese mortificate,  ricattate dalla criminalità e certe volte anche dalla Pubblica Amministrazione, imprese conflittuali dove litigano il proprietario e i suoi collaboratori, l’impresa isolata per cui all’imprenditore non funziona più la testa, né il cuore, né la tasca e qualcuno si è anche suicidato; poi c’è anche l’impresa commissariata, in particolare dalla politica, l’impresa sequestrata dalla Magistratura quando l’imprenditore ha commesso un reato, quella che è piena di debiti e così via. Tutto questo può procurare  scoramento e viene da chiedersi se stiamo andando verso la fine dell’impresa. L’impresa per funzionare perfettamente dovrebbe produrre ricavi superiori ai costi, in modo da produrre profitto, ma  purtroppo spesso i costi superano i ricavi; per la crisi in atto e per la concorrenza di altri paesi (come in agricoltura) molte imprese non riescono a vendere.  L’impresa  si può sviluppare cercando di non cadere nell’ illegalità perché la crisi genera illegalità e l’illegalità crea ulteriore crisi e occorre rompere questo circolo vizioso. Per risolvere il problema bisogna investire guardando al lungo termine e all’innovazione, che nel tempo possano favorire i guadagni consentendo di uscire dalla morsa dell’irregolarità e dell’illegalità per poi creare sviluppo e nuova occupazione. Se le imprese riprendono fiato, cercano risorse, e le ottengono, rientrano nel sistema virtuoso. Un’impresa non potrà essere competitiva se non c’è collaborazione tra tutti gli attori del territorio, quindi la P.A. deve fare la sua parte, i dottori commercialisti la loro, le banche, i sindacati … “Il lavoro, quello che c’è, – ha concluso il relatore – va difeso rispettando il lavoro. Se io lo rispetto l’impresa prende fiato, se io mi metto a fare guerra all’impresa, faccio danno a me stesso perché l’impresa non potrà dare occupazione. Ci sono tante leve della competitività che devono essere applicate contemporaneamente da una cabina di regia, che nel nostro territorio concerne la Prefettura, l’Ufficio del Lavoro, la Camera di Commercio perché rappresentano tre importanti istituzioni al servizio del territorio che possono agevolare patti sociali per la competitività”.

*******

LIONS: QUALE RUOLO PER LA SICILIA NEL MEDITERRANEO (Antonio Di Paola su La Sicilia dell’8 maggio 2012)

“La Sicilia cuore del Mediterraneo: religioni e culture”: questo il tema trattato nel corso di un meeting organizzato dal Lions Catania Nord, relatori mons. Gaetano Zito, preside dell’Istituto Teologico S.Paolo, il prof. Rosario Faraci, docente di Economia nel nostro ateneo, e il dott. Antonio Pogliese, vice Governatore ed economista. Il presidente del club, prof. Alfio Forzese, dopo i saluti all’arcivescovo mons. Gristina, al presidente della Provincia on. Castiglione, alle autorità e ai numerosi soci, ha introdotto il tema evidenziando l’apporto dato dalla nostra isola, nel passato e nel presente, alla cultura nel bacino del Mediterraneo. Forzese ha, quindi, rilevato che la Fondazione Synaxis mira a mettere insieme gli elementi qualificanti del ricco patrimonio storico-culturale della Sicilia. Mons. Zito ha ricordato che la nostra isola ha interessi politici, culturali ed economici con i paesi dei tre continenti che si affacciano nel Mediterraneo. La Sicilia, dominata nei secoli da greci, romani, arabi, spagnoli, svevi, normanni e così via, è oggi al centro dell’emigrazione clandestina di popolazioni di varie etnie alla ricerca di libertà, democrazia e lavoro. Zito ha ricordato che dal XIII al XV secolo a Catania esisteva il quartiere ebraico della Cipriana (che comprendeva piazza Dante, con i Benedettini, via Quartarone sino a via S.Anna, mentre nell’attuale pescheria c’era la Giudecca, la Sinagoga, e un cimitero ebraico fuori le mura). Faraci ha fatto un esame critico della Sicilia, cuore del Mediterraneo. La nostra isola, molto ricca di patrimoni artistico-culturale, manca di infrastrutture e servizi, di import-export d investimenti, classificandosi all’ultimo posto tra le regioni italiane. Sono assolutamente indispensabili: il multiculturalismo, le città più aperte alle immigrazioni e investimenti stranieri. L’on. Castiglione ha dichiarato che attualmente esistono in Sicilia 27 etnie, con lingue, religioni, e culture differenti, gente che ha bisogno di essere aiutata, dando ospitalità e benessere. Mons. Gristina ha auspicato che con l’ausilio di tutti, si possa recuperare e salvaguardare il patrimonio artistico e paesaggistico della Sicilia. Per il dott. Pogliese la Sicilia deve cambiare rotta e risolvere problemi strutturali e di potenziamento dei vari settori, dalle strade, alle ferrovie, alle industrie, alle infrastruttrue per lo sviluppo turistico dell’isola.

**********

I Vespri

WIND JET E ALITALIA, AFFARI AD ALTA QUOTA

Rosario Faraci, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Catania, analizza gli aspetti che hanno portato alla clamorosa vendita della compagnia dell’imprenditore siciliano Nino Pulvirenti. “Per la compagnia di bandiera occasione per rafforzare la propria posizione in Europa”. Negli ultimi quattro anno i debiti di Wind Jet si sono raddoppiati: vediamo verso chi e perchè. E comunque il vero affare sembra averlo fatto la compagnia di bandiera

Wind Jet sarà presto integrata in Alitalia che acquisirà pure il controllo di Blue Panorama. Con il professore Rosario Faraci, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Catania, abbiamo analizzato ulteriori aspetti di questa vicenda: lo stato di salute di Wind Jet e dei suoi competitors nonchè l’andamento del settore del trasporto aereo.

Professore Faraci, cosa cambierà con il passaggio delle due compagnie in Alitalia?

E’ un cambio di proprietà che, a breve, non dovrebbe incidere in modo significativo sulle modalità di conduzione delle due aziende. Per Alitalia è una preziosa occasione per rafforzare la propria posizione in Europa, entrando nel segmento dei voli low cost e facendo concorrenza a Ryanair. Assorbendo le due compagnie, Alitalia fa un balzo in avanti di oltre il 15% sul suo fatturato attuale, arrivando a consolidare quasi 4 miliardi di euro.

Una scelta obbligata o semplicemente un’opportunità per le compagnie in gioco nell’operazione?

Per Wind Jet e Blue Panorama forse è stata una scelta obbligata, dati i loro livelli di indebitamento. Rimangono però due compagnie promettenti e profittevoli, con un risultato operativo della gestione che è positivo. Forse non sono più in grado di sostenere elevati livelli competitività in mercati in continua evoluzione, come lo è il trasporto aereo. Per Alitalia è una grossa opportunità: la compagnia di bandiera diventerà più profittevole, un bel biglietto da visita nel caso di vendita al gruppo Air France-Klm.

Non avremo più una società di trasporto aereo siciliana. Colpa dei politici?

La politica è stata miope. In Sicilia fu per primo il governo di Rino Nicolosi alla fine degli anni ottanta a porsi il problema di sostenere una compagnia di bandiera siciliana, come fece la Regione Sardegna con Alisarda dell’Aga Khan, poi divenuta Meridiana. Ancora oggi i sardi godono della cosiddetta continuità territoriale aerea, con riduzioni di prezzo nei biglietti. Tecnicamente sono integrazioni finanziarie che la Regione assicura per circa 50 milioni di euro alle compagnie che volano sulla Sardegna: Alitalia e Meridiana.

Tuttavia, c’è stato il tentativo del gruppo Crispino di creare una compagnia isolana con Air Sicilia.

Non conosco bene i dettagli di quel progetto che mi sembra avesse deboli fondamenti finanziari e una minore impostazione manageriale, nonostante la gran voglia di fare impresa in quel settore. Poi subentrò la Wind Jet di Pulvirenti, ma tuttora c’è un contenzioso giudiziario aperto con i Crispino.

Con Pulvirenti, la Wind Jet è cresciuta rapidamente. Adesso perché questa esperienza è finita?

Con la presenza di Pulvirenti, la Wind Jet ha beneficiato inizialmente di quella liquidità che altri non avevano. La crescita per diversificazione da sempre è una scelta del signor Pulvirenti che, pur mantenendo un forte presidio su tutte le sue aziende, riesce comunque a delegare a manager specialisti nei vari settori in cui il suo gruppo opera: distribuzione commerciale, alberghi e società sportive. Il trasporto aereo, tuttavia, è settore assai complesso. Dal 2003 ad oggi Wind Jet ha decuplicato il fatturato, ma sono cresciuti pure i costi di produzione e gli oneri derivanti da un cospicuo indebitamento: negli ultimi quattro anni, i debiti complessivi di Windjet si sono pressoché raddoppiati. La stessa cosa per Blue Panorama, ma in un lasso di tempo di sei anni.

A proposito di indebitamento. Era un campanello d’allarme la notizia che fu data da I Vespri riguardo il mancato pagamento di stipendi e un debito cospicuo accumulato nei confronti della SAC ?

Quando l’indebitamento è forte, la regolarità dei flussi di pagamento può risultare compromessa. Per Wind Jet hanno pesato molto i debiti a breve. Ci sono stati alcuni prestiti infruttiferi da parte di altre società del gruppo accorse in aiuto di Wind Jet ma era necessaria una ricapitalizzazione che Pulvirenti da solo non poteva sostenere. L’integrazione con Alitalia, in tal senso, potrebbe aver salvato la compagnia siciliana da ulteriori rischi finanziari non prevedibili.

Perché tutti questi debiti?

Nel caso di Wind Jet si è registrata nel corso degli anni una crescita dei debiti nei confronti delle banche, dell’Erario e soprattutto i verso i fornitori.  Va detto, comunque, che l’azienda ha attuato un piano di rinnovo della flotta, ha inaugurato nuove tratte italiane ed internazionali. Ciò ha comportato, a breve, sicuramente costi non immediatamente recuperabili e dunque ulteriori uscite finanziarie.

La redditività di Wind Jet come si presenta?

La compagnia ha registrato negli anni un forte incremento di ricavi ed ovviamente sono questi “numeri” che hanno stimolato l’interesse di Alitalia: la voce “voli di linea” vale il 57,35% di tutto il fatturato. Sul versante dei costi, c’è la forte incidenza del carburante (21% del totale dei costi produzione) e dei costi e servizi aeroportuali (7,75% del totale) che, con il cambio di proprietà, Alitalia sulla carta è in grado di contenere maggiormente.

Con questa operazione, ci ha guadagnato di più Alitalia o è Wind Jet maggiormente a trarne vantaggio?

Wind Jet potrebbe avere la garanzia che il progetto imprenditoriale, seppur con una diversa proprietà, proseguirà ancora. Ho appreso che alla compagnia siciliana andrebbe una quota di azioni di Alitalia non superiore al 4-6%, dunque all’incirca una quarantina di milioni di euro, probabilmente un posto in consiglio di amministrazione per il signor Pulvirenti, ma non entrerà liquidità. Portandosi a casa una società promettente come Wind Jet, con forti margini di crescita nel low cost, Alitalia non ha speso un euro, anche se dovrà farsi carico di tutti i debiti e quasi sicuramente del trattamento di fine rapporto dei dipendenti. Per Colaninno e soci, però, non dovrebbe essere difficile ristrutturare il debito complessivo di Wind Jet, rinegoziandolo con banche, Erario e fornitori.

Insomma, Alitalia ha pagato bene l’operazione oppure no?

Non ho riscontri per fare una valutazione del genere, anche perché non sono ancora disponibili i bilanci al 2011. Guardando però i numeri di Blue Panorama e di Wind Jet al 2010, e considerato che Alitalia non scucirà un euro, mi sembra che le due compagnie low cost abbiano rinunciato a qualcosa in più che forse loro spettava. Consideri che il margine sulle vendite di Wind Jet è stato tra i più alti in Italia negli ultimi tre anni. Evidentemente, ha pesato di più l’assillo dei debiti.

L’integrazione dovrà essere approvata però dalle autorità competenti, a cominciare dall’Antitrust

Di fronte ad eventuali rilievi dell’Antitrust, Alitalia farà valere le ragioni di questa operazione che, economicamente, è un adeguamento al consolidamento in atto a livello mondiale nel settore del trasporto aereo. Negli ultimi anni ci sono state diverse fusioni fra aerolinee. La proiezione delle grandi compagnie nel low cost non sempre però è stata positiva: negli Stati Uniti la Delta con Song entrò in questo mercato, ma ne uscì pochi anni dopo, non riuscendo a reggere la competizione con JetBlue e Southwest Airlines.

E allora le preoccupazioni maggiori dove stanno?

Nell’eventualità di una posizione di abuso dominante, nel senso che il gruppo, con i tre marchi Alitalia, Blue Express e Wind Jet, tornerebbe monopolista nelle principali tratte da e verso la Sicilia, soprattutto nelle percorrenze verso Roma e Milano. Sono mercati che valgono centinaia di milioni di euro all’anno e movimentano milioni di passeggeri. Se il gruppo Alitalia dovesse allineare al rialzo i prezzi dei biglietti o attuasse una “finta” discriminazione penalizzando con tariffe più elevate alcune fasce orarie più trafficate, vi sarebbe senz’altro una posizione di abuso dominante. Dunque, saranno importanti anche i successivi controlli delle autorità, una volta che l’integrazione dovesse essere approvata. Se così non accadesse, i siciliani sarebbero fortemente penalizzati.

Ci saranno ricadute sui lavoratori e sull’indotto?

Non sono in grado di dirlo, ma credo che, a breve, tutti i livelli occupazionali saranno assicurati. Non c’è interesse di alcuno a creare conflittualità sindacale. E’ a medio e lungo termine, invece, che potrebbero esserci sovrapposizioni di talune figure professionali con altre posizioni analoghe interne al gruppo Alitalia.

Morale della favola, dopo questa annunciata operazione di integrazione di Wind Jet in Alitalia?

In Sicilia è difficile fare grande impresa, è una specie di maledizione. Wind Jet è fra le prime venticinque aziende per fatturato nella nostra isola dopo i colossi del settore energetico e le grandi insegne della distribuzione organizzata. E’ una delle poche grandi a capitale siciliano, profittevole nel suo settore, la quarta per dimensioni dopo i big storici del trasporto aereo, Alitalia inclusa. Con un pizzico di amor proprio verso la Sicilia, si prova un po’ di dispiacere. L’ennesimo prezzo che paghiamo alla globalizzazione.

Lascia un commento