Un post a tavola

E’ la sezione del blog che accoglie note, commenti e informazioni, riportati già in forma di “post” sul profilo personale di Facebook ed inizialmente condivisi unicamente con gli amici di quel social network.  Aggiungi un “post” a tavola che c’è un amico in più, si potrebbe titolare questa sezione del blog.

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Arrivederci Mare dell’Etna. Ti ammirerò in un modo diverso (2 settembre 2012)

Come ha scritto Erri De Luca in suo romanzo: “Adesso e qui sta bene la parola FINE, sorella minore di di conFINE e di FINEstra chiusa”. Con questa assonanza, si fa più morbida la durezza di una parola che evoca sempre l’idea di un taglio netto, una cesura, uno stop irreversibile. ConFINE è una frontiera della superficie che separa e delimita un ambiente da un altro; volendo dà pure l’idea della transizione, del passaggio. FINEstra è un’apertura praticata nel muro per consentire il passaggio della luce; se non è murata, si può sempre riaprire e comunque fa filtrare la luce. A conti fatti, non è detto che FINE sia sempre la cessazione definitiva di qualcosa. Con l’arrivo del maltempo annunciato per le prossime ore, dobbiamo scrivere FINE all’estate del 2012, caratterizzata da anticicloni battezzati con nomi strani che hanno portato afa e molto caldo, ma che ci hanno spinto come non mai verso le azzurre acque dei mari di Sicilia. Non uno, ma tanti mari! Tutti belli, ogni tanto violentati dall’uomo che si dimentica velocemente di aver ricevuto dalla Natura un dono così prezioso che dovrebbe preservare, custodire e valorizzare. Chi vive dalle mie parti conosce il Mare dell’Etna, porzione importante del Mar Jonio, che presenta una fisionomia unica che gli deriva dalla vicinanza al Vulcano, quella che io ho ribattezzato al femminile Mongibella. E’ arrivato il momento di dire arrivederci al Mare dell’Etna. Forse ci sarà qualche appendice nelle prossime settimane, ma l’estate è ormai finita anche se ci sarà bel tempo e si potrà comunque fare il bagno. E’ un momento di transizione anche mentale, non solo meteorologica. L’estate è FINita. Il Mare dell’Etna ha una grande particolarità che provo a raccontarvela a modo mio. Può essere ammirato e dunque vissuto in mille modi. C’è il Mare “balneabile”, che quando ti ci tuffi dentro, spalle al largo e sguardo proteso all’Etna o viceversa, regala profumi e colori straordinari, quelli dello scoglio, della pietra lavica, rocciosa, levigata, appuntita, arrotondata, irregolare, etc… da ammirare anche sott’acqua. C’è il Mare “navigabile”, al largo con una barca o un motoscafo, quello raccontato da Verga anche nello sventurato naufragio della Provvidenza nei Malavoglia, da dove però si domina tutto il paesaggio etneo, si vede Mongibella maestosa, e si gode della visione dell’abbraccio materno del golfo di Catania. C’è il Mare “profondo”, dei fondali quasi abissali, in cui giacciono abbracciati Aci e Galatea, eternamente innamorati, e su cui con forza spinge dentro i suoi raggi Re Sole ogni giorno quando inizia presto al mattino la propria danza al cospetto di Mongibella, l’Etna, che d’inverno è solita presentarsi ammantata di bianco. Ed infine c’è il Mare “fronte mare” che possiamo vedere ogni giorno anche quando non ci bagniamo nelle sue acque. E’ il Mare che, tempestoso o piatto, vestito rigorosamente in doppio petto blu, possiamo ammirare da Ognina o da piazza Europa in Catania, dalla “Scogliera”, da Acitrezza, dai borghi marinari di Acireale, ma anche da Torre Archirafi, da Riposto fino a toccare Taormina. Quello stesso Mare che possiamo scorgere all’orizzonte man mano che percorriamo la “calata” dai paesi etnei verso Catania e che vediamo con lo sguardo allargarsi sempre di più da Taormina fino a Siracusa, contenuto nell’abbraccio ampio, materno e rassicurante del Golfo di Catania. Quel Mare splendido che, talvolta con una lacrima agli occhi ma col cuore pieno di speranza, si ammira quando l’aereo, lasciando il piazzale di Fontanarossa, inizia a decollare prima di prendere quota e avvicinarci di più a quel resto d’Italia e  di Europa che, nonostante tutto, ci vuole ancora tanto bene. E’ da questa prospettiva, Mare dell’Etna, che da domani Ti ammirerò in un modo diverso. Essendo tornato in questa Estate a bagnarmi con più assiduità nelle Tue acque, avendomi regalato tanto di quello iodio che sarò più forte in inverno a combatter la sinusite, ricambio regalandoTi questa foto che ho scattato mentre Tu mi circondavi con le Tue onde morbide ed amichevoli e io mi divertivo a “sguazzare” dentro.

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GRANDI E MEDIE AZIENDE IN PROVINCIA DI CATANIA (15 luglio 2012)
Una riflessione sul significato del “fare grande impresa” nel nostro territorio. Una parte di questa riflessione è stata oggetto del mio intervento ieri al convegno su giovani e ricerca organizzato dal Dipartimento Economia e Impresa a Palazzo delle Scienze.

“Le future sorti di due grandi aziende siciliane e catanesi, Aligrup e Windjet, sono legate a decisioni altrui. Di un altro gruppo della moderna GDO che farà sapere al più presto se intenderà procedere all’acquisizione; dell’Antitrust che si pronuncerà sulla fattibilità dell’operazione di acquisto avviata da Alitalia. Due pronunciamenti che tengono col fiato sospeso qualche migliaio di lavoratori e le loro famiglie.
Forse è il momento di fermarsi un attimo per riflettere sulla competitività della grande e media impresa a Catania e provincia. Attraverso la banca dati Bureau Van Djik disponibile al Dipartimento Economia ed Impresa del nostro Ateneo, abbiamo trovato che, fra le società di capitali catanesi rientranti nelle rispettive classi dimensionali, ve ne sono 181 medie (con ricavi compresi tra 10 e 50 milioni di euro) e 34 grandi (con fatturato superiore a 50 milioni di euro). A confronto con altri territori, i valori numerici sono più bassi. Nella provincia di Milano ci sono 3.955 medie e 1.927 grandi imprese; in quella di Torino 971 e 340 rispettivamente; nell’area di Verona le medie sono 627 e le grandi 190, mentre a Bologna risultano 708 e 285 rispettivamente. Più a Sud, il territorio di Napoli conta 706 medie e 152 grandi imprese, Bari 315 e 47; a Palermo ci sono 163 medie aziende e 29 grandi. Si evidenzia dunque una oggettiva condizione di “nanismo” del nostro sistema imprenditoriale isolano che in totale annovera 380.715 imprese attive al sistema camerale, di cui solo 82.380 in provincia di Catania.
Scorrendo le attività delle prime quindici “medie” aziende catanesi, si nota una presenza distribuita in vari settori economici: trafilatura ferro e acciaio, commercio all’ingrosso di gioielli, sanità privata, produzione di prodotti farmaceutici, logistica e autotrasporto, commercio di automobili, raccolta e smaltimento di rifiuti, settore lattiero-caseario, produzione di componenti elettronici, commercio di prodotti petroliferi, produzione di prodotti in plastica, edilizia, servizi di pulizia e disinfestazione, grande distribuzione organizzata. Si tratta per lo più di realtà aziendali a conduzione familiare, nel cui conto economico (facendo un’analisi aggregata dei bilanci dell’ultimo quinquennio) il costo per l’acquisto di materie prime e servizi incide tra il 75 e l’80% di tutti i costi aziendali e il lavoro diretto per una percentuale ricadente fra 10 e 13%. Fra i tanti possibili indici economici e finanziari, ne abbiamo ricavato due. Uno di redditività (l’EBIDTA sulle vendite) pari al 6,5%; l’altro di indipendenza finanziaria, oscillante fra il 27 e il 28%.
Effettuando la medesima analisi sulle “grandi” imprese a Catania, salta all’occhio una concentrazione delle realtà aziendali su pochi settori di riferimento. Scorrendo le attività delle prime quindici grandi, gli ambiti rappresentati sono: attività di partecipazioni finanziarie, grande distribuzione organizzata, commercio di prodotti farmaceutici, installazione di impianti elettrici, commercio di prodotti petroliferi, servizi di trasporto aereo, edilizia. Prevale ancora la governance di tipo familiare e dall’analisi aggregata di tali imprese si evince che il costo di acquisto di materie prime e servizi incide per una percentuale compresa fra l’83 e l’85% di tutti i costi aziendali, mentre il lavoro diretto è fra il 9 e il 10%. Procedendo per simmetria con l’analisi precedente, l’indice di redditività EBITDA su vendite è 5,5%, mentre l’indipendenza finanziaria risulta ancora più bassa: l’indice è fra il 17-18%, ed è segnaletico di una condizione di sottocapitalizzazione e di forte indebitamento bancario delle nostre imprese più grandi.
Una rapida lettura dei dati appena presentati suggerisce qualche riflessione da farsi, con la dovuta prudenza richiesta in questi casi. Le nostre imprese, grandi e medie, peraltro assai terziarizzate, crescono poco e quando lo fanno prediligono la via interna, cioè si espandono con investimenti propri, finanziati prevalentemente dal sistema bancario. Nulla di strano fin qui, se non fosse che, tra il 2010 e il 2011, il sistema creditizio di Catania e provincia ha ridotto gli impieghi di quasi mezzo miliardo di euro, con una contrazione del 4,20% da un anno all’altro, in controtendenza rispetto al dato medio nazionale che invece registra un +2,20% nei prestiti (in Lombardia, addirittura +5,79%). Il 2012 si annuncia ancor più drastico, poiché la condizione attuale è di “credit crunch” e gli impieghi sono bloccati. Le nostre medie e grandi imprese, salvo qualche eccezione, rinunciano ad altre modalità di crescita, per vie esterne attraverso acquisizioni di altre aziende o per vie intermedie attraverso forme di partnership con altri soggetti imprenditoriali.
Un’altra riflessione. L’economia della provincia di Catania è chiusa: il tasso di apertura ai mercati, largamente influenzato dai volumi di esportazioni, calcolato dall’Istituto Tagliacarne è pari a 7,2% (dato medio nazionale: 43,6%). In un contesto del genere, la grande e media impresa per crescere ha necessità di beneficiare di alcune esternalità generate dal soggetto pubblico: si pensi all’edilizia per gli strumenti di programmazione urbanistica o alla grande distribuzione organizzata per le autorizzazioni alle nuove aperture. Questo espone maggiormente le medio-grandi realtà alla politica. Ma, se più a valle crollano i consumi, anche questi momentanei benefici vanno persi. Se altre imprese e le famiglie non generano domanda, in un’economia chiusa come quella catanese, non è possibile andare da nessun’altra parte. Forse, bisognava aprirsi maggiormente al mercato negli anni passati. Oggi se ne potrebbero pagare le conseguenze, data una condizione di debolezza competitiva rispetto ai concorrenti.
L’ultima riflessione, forse un po’ provocatoria, scaturisce proprio da una rapidissima analisi delle condizioni di governance familiare di tali imprese. Se da un lato, la presenza della famiglia nell’impresa è garanzia di continuità ed è sinonimo di imprenditorialità, dall’altra potrebbe rappresentare un freno allo sviluppo, specie se i “gioielli di famiglia” non vengono condivisi con altri possibili investitori e si continua a scegliere la via della crescita interna, costi quel costi?”

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SI CONSUMA UNA GRANITA, SI CONSUMANO EMOZIONI, SI RICORDANO PAESAGGI (8 luglio 2012)

Ho conosciuto l’altra sera due giovani, Angelo Fichera e Tiziana Privitera, che, unitamente al Touring Club e ad un’associazione di categoria insieme a diversi commercianti che hanno sostenuto la loro iniziativa, proporranno ad Acireale il 4 e 5 agosto il Rito della Granita Siciliana.

La manifestazione, un vero e proprio festival con tanto di premiazione della miglior granita preparata da venti bar in competizione fra loro, si chiamerà A Nivarata, in ricordo dell’antica tradizione della “grattata di neve” che, raccolta e conservata nelle grotte durante l’inverno, trasportata in paese in estate veniva insaporita con sciroppi di frutta e di fiori (http://www.anivarata.it/)

Mi è piaciuta l’idea in sé, il concept di prodotto come direbbero gli esperti; la caparbietà con cui i due giovani hanno portato avanti l’iniziativa; ho intuito che c’è dietro un progetto più ampio di marketing territoriale, di valorizzazione del contesto attraverso la simbiosi fra attività produttive e commerciali e grandi o piccoli eventi che facciano da attrattori. Uno di questi attrattori è sicuramente il rito della granita.

Granita che in Sicilia è simbolo di buongusto, di socializzazione, di piacere del palato, di tradizione che, passando per varie generazioni, fortifica la sua straordinaria valenza simbolica. Ad Acireale, poi, la granita è un fortissimo collante sociale e familiare, più potente di qualunque moderno social network per la sua capacità di rafforzare e moltiplicare relazioni.
Chi non ricorda, fra quelli della mia generazione, la granita comprata di buon ora dai genitori e poi – piacevole sorpresa al tardivo risveglio mattutino – ben disposta nel tavolo della colazione? Si può forse dimenticare il piacere di una granita, consumata al bar, prima di recarsi al mare e potersi subito tranquillamente tuffare in acqua senza il rischio di interruzione del processo digestivo?
Di fronte ad una granita si sono consumati sogni, passioni, si sono risvegliate speranze sopite; si sono fatti progetti, anche di vita; si sono scambiati punti di vista, osservazioni, riflessioni; si sono condivisi dolori e dispiaceri.
La granita si presta in sé a questo rito del “condividi” che ancora oggi rimane più forte ed efficace dell’omonimo pulsante che si trova su Facebook. Quante volte, io col mio cucchiaino, tu col tuo, abbiamo assaggiato l’uno la granita dell’altro! Quante volte abbiamo condiviso la brioche, prendendo io il cosiddetto “tuppo” cioè la parte superiore, tu il resto del morbidissimo panino: una vera e propria bomba calorica di farina, zucchero, burro, sale, lievito, latte, miele e uova!

E quei colori della granita che, a parte lo straordinario sapore e la cremosità del prodotto, sono evocativi della bellezza del nostro paesaggio. Ad Acireale e dintorni, la granita è lo specchio della natura circostante. La granita “tutta mandorla” ricorda l’Etna completamente imbiancata; la variante “mandorla macchiata di caffè” richiama il paesaggio invernale in cui la neve lascia trasparire il colore delle pietre vulcaniche sottostanti; la granita al caffè macchiata di panna è ancora l’Etna, di tarda primavera, innevata solo in cima; la granita di cioccolato è l’Etna, ma d’estate. E poi quella ai gelsi, che richiama in tutte le sfumature il rosso della lava, ma anche il colore dei cespugli di gerani; la granita al limone che è simbolo di purezza ed evoca i gelsomini, le margherite, i fiori di zagara e tutto quanto di pulito c’è nel nostro territorio. La granita al pistacchio, verde come il colore delle nostre colline; la granita alla pesca che indubbiamente evoca il Sole; la granita alla fragola che, per la sua delicatezza, ricorda la Primavera appena andata. E via dicendo.

Il rito della consumazione della granita bisogna provare a raccontarlo, pur sapendo che le parole non saranno mai sufficienti ad esprimere emozioni e sensazioni che si provano gustando, insieme ad altri, quella che tecnicamente è una combinazione di acqua, zucchero e frutta, ma che – si è soliti dire – quando è buona da morire, arriva fino “all’ugna de peri”.

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DOVE NASCE UN’IMPRESA? NELL’ARIA DELLA SICILYCON VALLEY… (19 giugno 2012)

L’ho visitata la Silicon Valley nell’agosto del 2003. Ne ho respirato l’aria, all’interno del campus di Stanford, a margine di un breve soggiorno turistico nella zona di San Francisco, dopo aver partecipato ad una conferenza dell’Academy of Management a Seattle. Fino ad allora mi mancava nell’album delle esperienze fatte, che diventano ricordi col passare del tempo. In quella Valley, ho visto gente che camminava in bici, che entrava ed usciva dai Dipartimenti universitari, e qualcuno che, poco fuori dal campus, si metteva in macchina per raggiungere probabilmente la “facility” di qualche impresa, magari hi-tech. Sarà stato il caldo afoso, ma non mi ha fatto una grande impressione, a dire il vero. Forse perché la Silicon Valley è uno stato mentale innanzitutto, una condizione del fare impresa prima ancora di essere un luogo fisico. E dunque, devi entrare a far parte di quello stato mentale prima di poterne respirare l’aria. Di anni ne sono passati nove da quell’estate e mi sembra di rivedere una piccola Silicon Valley, qui in Sicilia da noi. Forse è presto per dirlo, ma, trattandosi di uno stato mentale prima ancora che di un luogo fisico, l’aria già profuma di qualcosa di diverso. Una specie di odore all’essenza di lavanda, fresco perchè sa di pulito e gradevolissimo all’olfatto. In una miscellanea di luoghi fisici e stati mentali, vedo giovani che entrano ed escono dalle aule universitarie e dalle stanze dei Professori; che vanno in giro in tutta la Sicilia per incontri, meeting, conferenze e seminari; che fanno le “ore piccole”, non per affogare nell’alcol i dubbi per un futuro che verrà e di cui non si sa niente, ma per scrivere business model, rivedere presentazioni in power point, preparare un “pitch” in cinque minuti; che si confrontano con imprenditori, con altri giovani, con i professionisti, con gente del mestiere; che si mettono in gioco continuamente per discutere la propria idea, affinarla, rivederla, trovare consensi e nuovi partners; che non hanno alcun dubbio nel voler riaffrontare, con più forza e determinazione, un contesto che diventa più ampio ed internazionale. E nel frattempo, continuano a studiare, a dare esami, ad andar avanti. Giovani, che mentre sono giovani e dunque figli di questo tempo, crescono dentro come Uomini e Donne e guardano con un pizzico di Speranza in più il proprio futuro. Sono giovani che meritano il mio e il Vostro rispetto; la mia e la Vostra considerazione; il mio e il Vostro plauso perché, ignari di cosa sia il perverso gioco siciliano del “futticompagno” su cui si sono formate intere generazioni di classi dirigenti che continuano ad alimentare loro cloni, sono capaci di rimettersi continuamente in discussione, pur tenendo fede, con determinazione e cocciutaggine, ad una loro idea che non hanno difficoltà a comunicare, condividere, scambiare. L’idea di diventare imprenditori; di dar vita ad un proprio progetto; di creare e metter su un’impresa, anche se inizialmente ad uno stato fluido, e con un’idea del fare impresa che è diversa dal modo in cui l’abbiamo studiato e l’abbiamo insegnato. Ragazzi, ma solo anagraficamente parlando, capaci di orientarsi nel “Mare Magnum” della competizione usando bene la Bussola d’Amore, quella metafora a cui sono particolarmente legato. Alcuni di loro sto iniziando a conoscerli meglio anche come Persone. Li conoscevo prima perché vivaci e affamati di sapere in aula, preparatissimi agli esami oppure perché semplicemente simpatici e divertenti. Ora sto imparando a conoscerli meglio come Persone, determinate ad andare avanti, a viaggiare in giro per la Sicilia, ad allearsi con altri “foolish and hungry” come loro, a condividere la loro idea ma a fortificarla perché “se io ho un’idea, tu un’altra, scambiandocele ognuno di noi ne porta a casa due”. Sono diventato involontariamente il Pediatra della loro creatura, me la fanno vedere con assiduità per sapere se sta crescendo bene, se il peso è quello giusto, se la “pappina” che somministrano è salutare, per sapere quando prenderà le prime malattie esentematiche, per sapere quando finirà lo svezzamento. Ditemi se questo non si chiama Amore! E tutto ciò non accade a Stanford o alla Silicon Valley. Ma accade a Catania e nella Sicilycon Valley, uno spazio fisico innanzitutto, ma anche una condizione mentale, uno stato delle idee. Sono contento, nel piccolo, di far parte di questo Contesto; di aver condiviso con alcuni amici questo nuovo stato dei fatti e delle cose; di contribuire, in questo modo un po’particolare, ad alimentare nei Giovani la Speranza, quella che “ha fondamento” direbbe Sant’Agostino; di conoscere tanta altra nuova e bella gente (alcuni per ora solo su Facebook) che vuole spingere il piede sull’acceleratore, reagendo così ad una Crisi che, prima ancora che essere finanziaria, è di atteggiamenti e di comportamenti. Sono contento che in questa Sicilycon Valley si parli un linguaggio nuovo, magari fatto di acronimi e mezze frasi in Inglese (pitch, app, release, …), ma sicuramente nuovo e genuino. E sono più tranquillo adesso dentro di me, perchè la gente da sola, senza bisogno di buttare giù a memoria slogan e frasi fatte e ripeterle a pappagallo nelle circostanze, è finalmente capace di distinguere cos’è aria fresca, pulita, che odora di lavanda e mette di buon umore; e cos’è invece aria fritta, pesante, che fa male al respiro ed occlude le vie respiratorie. La giornata è bella oggi. L’aria che si respira è diversa. E’ l’aria di Sicilycon Valley! Le premesse ci sono, vedremo se ancora una volta si cadrà nella tentazione di inquinarla.

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LE EMOZIONI INTERROTTE DEL MESE DI GIUGNO. Play. Pause. Play again (10 giugno 2012)

Non so a Voi, ma il mese di Giugno mi riporta indietro negli anni, potendolo io fare (cioè effettuare il rewind del mio storyboard). L’inizio della bella stagione, le giornate più lunghe, i profumi freschi dell’Estate incipiente, il caleidoscopio di colori della Natura, i cibi estivi e quelli “leggeri” (a cominciare dalla granita), il dolce rumore del mare azzurro, il soffio gentile dell’aria di montagna, il profumo post-primaverile della terra bagnata di campagna. Una sorta di antipasto del Bello che sarebbe venuto dopo, nei mesi a venire. Non è un caso che alcuni episodi belli e alcune circostanze indimenticabili per me siano avvenuti proprio nel mese di giugno. Emozioni vere ed autentiche… ma ahimè puntualmente interrotte! Le ha sempre messe in pausa il dovere-responsabilità di continuare a studiare per un esame, di prepararsi bene per un concorso, di chiudere una serie di progetti, di finalizzare alcune scadenze lavorative etc.etc. (dovere-responsabilità di pagare le tasse?)
Avendo in prevalenza trascorso negli ultimi dieci anni questo periodo dell’anno all’estero, in Florida (for teaching duties), e pertanto avendo respirato un’aria diversa, ci avevo perso un po’ l’abitudine a vivere questa sequenza di “emozioni interrotte”. Play. Pause. Play again.

E’ per questo che Giugno mi piace ancora di più.

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IL DIVERSITY DAY (2 giugno 2012) 

C’è una Sicilia diversa, ma sempre autenticamente sicula, che merita di essere conosciuta di più e visitata dai turisti che scelgono le destinazioni più note ed attrattive. E’ la Sicilia che passa per le province di Enna, Caltanissetta, Agrigento e si spinge su fino a Palermo. Siti suggestivi, antichi sapori, un caleidoscopio di colori della Natura, gente autentica e laboriosa, luoghi “difficili” ma anche di devozione e contemplazione. Va dedicata una intera giornata al Diversity Day, possibilmente da passare in bus o minibus, per ammirare e gustare la bellezza di questi centri etichettati, spesso come sbrigativamente “minori”.

Bisognerebbe introdurlo il Diversity Day nei pacchetti turistici della Sicilia o suggerirlo a chi si gode la bellezza delle nostre destinazioni principali. E il Diversity Day andrebbe guidato e raccontato dalla gente del luogo.
Il turismo deve essere ripensato completamente dalle nostre parti perchè si possa definire Turismo.

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NEI PANNI DEGLI ALTRI (23 maggio 2012)

Ci mettessimo, per un momento, nei panni degli altri, nella nostra società ci sarebbero meno conflitti, incomprensioni o litigi e sicuramente sarebbe favorito il dialogo. Non è buonismo, è buon senso. Anche dal punto di vista economico è vantaggioso, perché litigare costa denari e tempo; nell’indossare i panni degli altri, invece, si eviterebbe molto contenzioso! Pensateci, per un attimo. Il politico e il governante che si mettono nei panni dell’elettore e del cittadino, per capire più da vicino le difficoltà e i reali problemi di questi ultimi; ma varrebbe anche il viceversa, provando ad immaginare cosa farebbe il cittadino se fosse nei panni di chi lo amministra, lo governa o lo rappresenta nelle istituzioni, in un momento come quello attuale in cui le risorse pubbliche sono centellinate e far politica è difficile. Ancora, il docente nei panni dello studente e viceversa, in modo da capire, per il primo, cosa serve realmente al giovane durante la sua formazione (e dopo, una volta finiti gli studi) e, per il secondo,  cosa farebbe se fosse lui il docente, in questo momento particolarmente delicato per il mondo della Scuola e dell’Università in Italia, dove insegnare è giudicato (forse) socialmente poco utile e infruttuoso.  E se il negoziante si mettesse nei panni del cliente, alle prese quest’ultimo con mille difficoltà finanziarie e spesso incapace di valutare un’offerta buona da una attrattiva ma alla lunga cattiva; e se il cliente facesse il contrario, provando a capire quanto sia difficile continuare a fare impresa dignitosamente in taluni settori di attività economica. Ed inoltre, ma non è un gioco, se il figlio si mettesse nei panni dei genitori e viceversa; il marito nei panni (sicuramente più profumati) della moglie; se i giovani provassero ad immaginare come si comporterebbero se fossero adulti – frustrati spesso perché incapaci di capire cosa riserverà il futuro ai ragazzi – e viceversa, per questi ultimi, mettersi nei panni dei giovani, i quali sono spesso derubati del senso della Speranza e della Fiducia. E se il fedele si mettesse nei panni del sacerdote, in un momento in cui è latente un senso di sfiducia verso gli uomini di Chiesa e, viceversa, se il pastore di anime si compenetrasse maggiormente nel senso di vuoto che taluni sentono intorno. E via di seguito. Non è un gioco delle parti; è compenetrazione e disponibilità all’ascolto. Mettersi nei panni degli altri, anche per un minuto, potrebbe essere utile per facilitare forme di “reverse mentoring”, in cui ognuno apprende dall’altro e soprattutto per prima apprende chi pensa di insegnare agli altri.  Ci sarebbero più dialogo e meno giudizi affrettati, di condanna o anche di plauso e compiacimento. C’è però un solo problema nel favorire questo esercizio di scambio delle vesti e l’intoppo non sta nel fatto che i panni di alcuni sono sporchi e talora stracciati, per cui si fa fatica ad indossarli al posto dei propri, specie se si ha l’illusione che siano migliori. Questo è solo un inconveniente e si può superare, grazie ai prodigi delle industrie del lavasecco e del tessile, rispettivamente. Il problema insormontabile è quando si vuole tentare di entrare nei panni di chi, dall’altro lato, ama il potere per il potere, avendo la convinzione di dominare e comandare su tutto e tutti. Tale sentimento, si sa, non è amore, ma ossessione; non è libertà, ma schiavitù. In questi casi, non ci sono proprio panni da scambiare, perché chi vive questa ossessione di potere è senza vesti, è nudo, è senza panni. Non importa se sia uomo o donna; non c’è proprio nulla da indossare al posto dei propri capi. Meglio lasciar perdere, dunque. Ad maiora semper!

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IL COMPITINO PER CASA: DESCRIVI IL POTERE DELL’AMORE. E COME SI FA, MI CHIEDO? (27 aprile 2012)

Ieri, al termine di una riunione (la quarta in quattro mesi) dalla quale potrebbe venire fuori presto un importante ed ambizioso progetto per la Sicilia che parte dal cuore della nostra isola – in passato un sicuro presidio per le civiltà dominatrici – ci è stato affidato una sorta di compitino per casa, una riflessione da effettuare sul Potere dell’Amore, da discutere (forse) la prossima volta che ci vedremo. In effetti, e la finalità del compitino era anche questa, ci sarebbe un nesso fra potere dell’Amore e Cambiamento della società, ma di questo magari ne potremo parlare un’altra volta. Poiché ultimamente sono abituato a scrivere di getto, ma a me piace molto scrivere, Vi butto giù le mie considerazioni e magari ci potremo riflettere insieme. Vi prometto che al prossimo giro, quando se ne riparlerà, farò tesoro anche delle Vostre considerazioni, semmai ve ne fossero.

La prima considerazione che mi viene in mente è legata al fatto di cronaca di ieri, ovvero la scoperta del corpo di Vanessa, che il suo convivente ha dichiarato di aver strangolato e buttato giù da un cavalcavia. Col necessario rispetto che queste faccende richiedono, perché sono in ballo storie di persone che non conosciamo, quello di sicuro non può esser stato Amore. Quando, partendo da una infatuazione, degenera rapidamente in possessività, ossessione, folle gelosia, oppressione dell’altro, non è Amore e probabilmente la sfortunata ragazza se ne era accorta già da sola. Che Iddio la abbia in pace, troppo giovane per morire così. Ci vorrebbe Erich Fromm per spiegare che forse quel percorso d’Amore non era nemmeno iniziato. E che quel giovane, disoccupato e sicuramente alle prese con altri problemi, finirà per passare da un sistema di catene ad un altro.

L’idea dell’Amore che io ho, e probabilmente abbiamo tutti noi, è differente. Il problema, però, è come descriverlo, come dare forma linguistica e struttura di pensiero a questa “vaga” idea. E allora, vorrei procedere per tentativi ed errori, dopo questa prima considerazione di getto.

Una seconda considerazione, che mi viene in mente, è una frase che ricordo di aver letto da qualche parte tempo fa. E’ di Jimi Hendrix, il cantautore di Seattle, diventato il più grande chitarrista di tutti i tempi. Diceva Hendrix: “Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere si avrà la pace”; la sua frase è diventata rapidamente un aforisma di successo. E qui ci siamo, mi piace molto questo pensiero, apparentemente ovvio e banale. L’Amore cui faceva riferimento il chitarrista è sinonimo di libertà; l’amore per il potere invece è non-amore, e dunque schiavitù e possessività, non dissimile dall’idea distorta che quel ragazzo aveva del sentimento che provava a modo tutto suo per la povera Vanessa. Dunque, non vorrei sbagliarmi, ma l’Amore è fonte di libertà; sia che si tratti di amore verso se stessi che a maggior ragione verso gli altri, non può ridursi in catene, non può essere una forma di continua dipendenza.

Andiamo avanti, sempre per tentativi. La terza considerazione mi è frullata in mente, ripercorrendo le immagini che mi sono apparse davanti ieri, rientrando a casa da una delle zone più belle della Sicilia centrale e ammirando, insieme agli amici, uno scenario splendido che ho riproposto in qualche foto già “postata” al termine della giornata. Un paesaggio bellissimo, fatto di colline e di prati verdi, intervallato da distese pianeggianti di terreno, al quale faceva da sfondo l’Etna, maestosa ed ancora eccezionalmente imbiancata nonostante stiamo approdando al mese di Maggio. Tra poco questo verde sarà rimpiazzato dal giallo e il bianco dell’Etna sarà striato e lascerà spazio al nero della pietra lavica. Ci può essere anche un Amore per la Natura, mi sono chiesto? E che “c’azzecca” questo concetto di Amore con quello di cui abbiamo parlato prima che riguarda invece le persone? C’è un nesso fra questo Amore e il concetto di libertà? Avessimo un po’ più d’Amore per la Natura, in Sicilia saremmo liberi da certe forme di schiavitù economica.

Quarta considerazione: se procediamo così, non finiremo mai. E’ impossibile descrivere compiutamente l’Amore. Tra l’altro, io non credo di avere titoli per farlo. E allora mi viene in mente che forse è opportuno provare a buttare giù una serie di parole chiave (key words) che potrebbero descrivere l’Amore e poi, magari, procedere dopo ad una verifica successiva. Vediamo se funziona.

Dunque se penso alla parola Amore, mi vengono in mente, in ordine sparso, termini come emozione, passione, attrazione; empatia, generosità, forza, libertà (sempre lei!), opportunità; responsabilità, fiducia e speranza; dialogo e comunicazione, silenzio, perdono, rispetto; crescita, progettualità, cambiamento di rotta; bellezza e benessere, energia, sogno. Ma anche disciplina, maturità, concentrazione e obbedienza: ogni giorno, come esseri umani, vogliamo limitarci a ingerire pillole d’Amore o desideriamo nutrimento d’Amore (e questo vale anche per l’Amicizia)?

Ammazza, quanti ingredienti! Sono fattori causali, nel senso che lo determinano, o sono piuttosto risultati dell’Amore? Preferisco rimanere nel dubbio, perché la storiella se sia nato prima l’uovo o la gallina non mi ha mai appassionato fin da piccolo e, per fortuna, io mi sono sempre nutrito sia dell’uno (l’uovo) che del pollame.

Stadio ultimo dell’esercizio e dunque considerazione finale. Bisogna effettuare la verifica a questo punto, per vedere se si possono, ed eventualmente come, collegare fra loro tutti questi termini. Proviamoci.

C’è un Amore che si può provare per se stessi? Se non degenera nell’idolatria della persona-individuo, nella ideologia fine a sè, in delirio di onnipotenza, non vedo perché non ci possa essere. All’amore per sé stessi mi viene subito di collegare il rispetto verso se stessi, che è fonte di libertà. Quanta bella gente c’è in giro che ha grande rispetto di sè e, grazie a questo rispetto di sè, sa amare e trovare l’amore di altri.

C’è sicuramente un Amore fra le persone, e dunque, per gli altri, con sfumature e significati differenti che variano a seconda delle persone (genitori, figli, compagno/a, fratelli, cugini, parenti, amici) e nulla hanno a che vedere col mero sentimentalismo, spesso edulcorato e di facciata. La nostra vita è contrassegnata da tante tappe d’Amore, una specie di Giro d’Italia per ciclisti dell’Amore. La volata finale deve essere sicuramente spettacolare, ad ogni tappa, ma anche al traguardo di fine corsa.

C’è un Amore per Dio? Sicuramente sì, decisamente sì. Magari ne parliamo un’altra volta. Ci può essere Amore per la natura? Dicono sia fonte di intelligenza emozionale. E l’amore per lo studio e la ricerca della verità, oltre il mero adempimento degli esami (a scuola, all’Università) e delle verifiche della conoscenza? Perché, secondo Voi, quello non è pure Amore? E l’Amore verso il lavoro, per un imprenditore verso la propria impresa, per un artigiano verso le proprie opere, per uno scrittore verso la sua abilità nel far vibrare la penna? In questo Amore sta la forza del loro successo e la capacità di resistere anche ai momenti più difficili.

Allora è vero, esiste il Potere dell’Amore! Studi medici dicono sia il “sesto senso”, l’ho trovato su Internet. I ricercatori di psicologia fanno riferimento da sempre alle tre dimensioni dell’Amore, quello per se stessi, quello per gli altri (dimensione orizzontale) e il rapporto con il divino (dimensione verticale). Ci sono diversi libri sul Potere dell’Amore, a forte contenuto emozionale anche per stimolare le vendite in libreria. Le Sacre Scritture, sicuramente più a buon mercato, sono preziose e durature fonti di conoscenza sull’Amore.

Ma perché, anziché prodigarmi a scrivere queste note, sforzarmi a procedere per tentativi ed errori, tirare in ballo anche Voi che probabilmente vi sarete fermati alla lettura delle prime righe, perché anziché fare tutto questo non mi limitavo ad agevolare la visione di questo filmato, così efficace, che ripropone il Discorso di Sant’Agostino sull’Amore?

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SSSS…PARLA IL SILENZIO (1 aprile 2012)

Col dilagare di Facebook, dei social network e della messaggistica via chat e sms, sembra si sia persa l’importanza del silenzio, e la rilevanza del suo valore “nella rumorosa confusione della vita”. Il manoscritto Desiderata ritrovato a Baltimora, sembra nel 1692 (ma non è chiaro), incomincia con questa frase: “Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio”. Dunque c’è un silenzio, il cui valore è apprezzabile pure su Facebook. Per taluni, infatti, il silenzio è uno stato mentale, un’astensione forzata dalla parola e dal dialogo. In quel caso, non fa alcuna differenza se esistano o no i social network: il silenzio per loro è proprio mancanza di suono o di rumore, anche a livello interiore. Sono pochi, in verità. Per tutti gli altri, per fortuna, il silenzio è mezzo di espressione di pensieri e di emozioni. E siccome Facebok & Co. molte volte aiutano a decodificare tali pensieri ed emozioni, ecco dunque che anche il silenzio parla su Facebook. Ne volete una rassegna? C’è il silenzio del discernimento, secondo me il più bello. Quello della paura, della preoccupazione, dell’ansia: sono espressivi di grande umanità, purchè non finiscano per diventare fobie. C’è il silenzio della prudenza e del giudizio, tipico della persona saggia. C’è il silenzio esplicativo dell’assenso. Il silenzio, invece, come segno di educato dissenso. C’è il silenzio dell’imbarazzo, che è giusto e sacrosanto fintanto che non porti alla deriva dell’assenza di dialogo. C’è il silenzio ricercato come intelligente modalità per evitare equivoci e misunderstanding che, ahimè, possono capitare nella vita. Il silenzio dell’amicizia, come momento di ristoro fra persone per le quali, finito il silenzio, si riprende il discorso esattamente dal punto in cui lo si è interrotto (i veri amici!). C’è il silenzio di ammirazione per gli altri: in questi casi, si rimane ammutoliti! C’è il silenzio come forma di disciplina dello spirito, che ogni tanto andrebbe praticato: nella settimana che ci accompagna alla Pasqua ci vorrebbe. C’è il silenzio come momento di sistemazione ed archiviazione dei propri pensieri, talora accompagnato dall’ascolto di buona musica o dalla visione di un bel paesaggio. Sembrerà strano, ma tutti questi silenzi stiamo imparando a conoscerli anche attraverso Facebook, cioè i post, le risposte, i links e le foto che pubblichiamo, anche attraverso il click del pulsante “mi piace”. Comunichiamo il silenzio anche su Facebook: sembra un ossimoro, una contraddizione. Non v’è dubbio, a scanso di equivoci, che un silenzio di persona è molto più espressivo di uno re-interpretato attraverso la messaggistica su Facebook: la relazione di prossimità fisica è e rimarrà insostituibile. Ma il mondo sta cambiando…

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REALMOTICONS. LE ICONE REALI DELLE EMOZIONI (24 marzo 2012)

Facebook ci ha abituato a facce, faccine, sorrisi, cuoricini, etc. che sono ormai entrati a far parte del “comune sentire” dei facebookizzati. C’è chi ne fa uso ed abuso; c’è chi li usa con disinvoltura, chi con soggezione, chi con grande discrezione al limite del pudore, c’è chi non li sa usare, chi non li usa affatto, a rischio di passare per un soggetto alessitimico, ovvero incapace di sentire e provocare qualsiasi emozione. Io appartengo a quest’ultima categoria. Giovani e giovanissimi, in particolare, sembrano un’icona vivente delle emoticons, cioè le “riproduzioni stilizzate di quelle principali espressioni facciali umane che si manifestano in presenza di un’emozione (sorriso, broncio, ghigno, ecc.)”, così li definisce Wikipedia. Ma non scherzano nemmeno gli adulti, persino quelli che hanno superato la fascia della “Middle Age”. Se ne fa uso anche nella messaggistica in chat e negli SMS e la loro funzione sembra vitale, cioè quella di introdurre una sorta di formalizzazione del linguaggio non verbale nella comunicazione scritta. Emoticon sta per emotional icon, e dunque è un’icona che esprime emozioni. Nulla quaestio! Ma dico io, può una emoticon sopperire alla efficacia espressiva del linguaggio non verbale che si stabilisce nella relazione, di prossimità fisica, non virtuale fra due o più persone? Insomma, siamo un popolo, gli Italiani, i Siciliani poi in particolare, noto in tutto il mondo per l’espressività, per la mimica, per la gestualità, per la capacità emozionale che riesce ad esprimere anche un battito delle ciglia e dobbiamo fare uso ed abuso di queste emoticons? Perché non torniamo alle icone delle emozioni reali, quelle che io ribattezzerei “realmoticons”, se solo esistesse questo termine?

 Facciamo un esempio. Mi capita di inviare, via Facebook, brevi messaggi ai cosiddetti “amici” in cui posso dare un chiarimento, un suggerimento, contribuire a risolvere un problema, talvolta indirizzare un messaggio di incoraggiamento, talora inviare anche un messaggio simil-cazzeggio. La risposta, in tempo quasi reale, è “la faccina sorridente” (che, diamine, non riesco a creare nemmeno con la tastiera!). E’ mai possibile? Una sola icona emozionale, che assomiglia tanto ad un sole raggiante, può sostituire tutte le possibili declinazioni di un’emozione provata dal vivo?

Ad una emoticon del genere corrispondono mille realmoticons. Un sorriso sincero; un sospiro di sollievo; gli occhi che brillano; gli occhi lucidi; il naso che si arriccia; la bocca che si schiude; le guance che si arrossano; il fiato che viene a mancare; etc… Talvolta, anche lo sguardo assente; gli occhi di ghiaccio dell’indifferenza; le sopracciglia sollevate in senso di sorpresa; il movimento sincronizzato, come nel nuoto, di occhi, naso e bocca che può voler dire “bravissimo” come pure “ma vai a cag…”

Invece, qual è la risposta? Questa faccina che mi sembra si scriva così: :). Ma non si potrebbe rispondere con un messaggio del tipo “Messaggio emozionale in attesa di essere consegnato di persona”? Almeno così uno vedrà “de visu” che faccia farà quella persona. E poi decodicherà.

Andiamo poi ad un’altra emoticon di cui, sarà forse l’età, sarà forse l’appartenenza ad una generazione “travolta” dai social network e costretta ad inseguire più che ad anticipare, a curare anziché prevenire, ma sinceramente mi viene difficile capirne il significato. L’emoticon incriminata è questa, vediamo se ci riesco, non ci riesco: è un cuoricino.

Ai nostri tempi aveva significato univoco, inequivocabile, né subliminale, né allusivo, ma proprio chiaro e diretto. Fosse arrivato un messaggio del genere, ovviamente da persona di sesso opposto, a prescindere dalle caratteristiche somatico-comportamentali del mittente e dalla eventuale corrispondenza d’amorosi sensi, iniziava proprio da quel cuore una vasta operazione di pompaggio del sangue che irrorava strade, autostrade, vicoli e trazzere del nostro corpo. Oggi c’è inflazione di cuoricini, di questa equazione matematica minore di 3. Basta guardare le risposte dei post, non solo fra giovanissimi e giovani, ma addirittura fra adulti, e anche dello stesso sesso. E’ la moderna icona del TVB o del più espressivo TVBttt? Oppure è semplicemente un tasto che si preme al computer così tanto per digitare? Il bello è che lo fanno molti adulti. Mi chiedo: non è che, per gli over 40, questa sia diventata una forma nuova di sindrome di Peter Pan in modo da sentirsi sempre ragazzi? Oppure, è il reverse mentoring, come l’ha chiamato qualcuno? Nel senso che siamo noi adulti ad imparare dai più giovani?

Ai posteri l’ardua sentenza. Con tanto di faccina sorpresa che non so proprio come si debba digitare.

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ETICA, IMPRESA ED ECONOMIA. CAPITALISMO DA REINVENTARE O DA RIVISITARE? (16 marzo 2012)

“Etica, impresa ed economia” è stato il titolo di un meeting organizzato dal Lions Catania Nord ieri 15 marzo 2012, al quale hanno partecipato, oltre al sottoscritto, il Presidente del club ospitante il Prof. Alfio Forzese, il Preside della Facoltà di Scienze Politiche Prof. Giuseppe Barone, il Vice Governatore Lions Dott. Antonio Pogliese, con un intervento del Dott. Francesco Bizzini, Vice Presidente di Apindustrie. Tutti interessanti i contributi, che hanno approfondito da un punto di vista storico, politico ed istituzionale il tema oggetto del meeting. Il mio contributo ovviamente si è incentrato maggiormente sul ruolo dell’impresa. Nel mio intervento, richiamando gli auspici di Michael Porter e Mark Kramer in un articolo pubblicato su Harvard Business Review nel 2011, ho prospettato l’opportunità di “reinventare il capitalismo”, soprattutto dopo gli effetti negativi (tra i quali la crisi finanziaria globale del 2007-2009) di un capitalismo selvaggio, finanziario e senza scrupoli (al riguardo ho letto i contenuti dell’articolo sul New York Times scritto l’altro ieri dall’ex manager di Goldman Sachs, licenziatosi, perchè moralmente oppresso dalle politiche speculative portate avanti dal colosso finanziario a discapito della clientela). Reinventare il capitalismo come opportunità o necessità, anche perchè non si intravedono ancora reali alternative al modo di produzione capitalistico, essendo tramontata ormai da tempo l’alternativa rappresentata dall’economia centralizzata e pianificata. La deriva “selvaggia e senza scrupoli” del capitalismo finanziario ha trascinato anche l’impresa, da sempre motore e pilastro dei sistemi capitalistici moderni. Il mondo delle imprese è stato investito da una valanga di critiche; banche, società finanziarie, imprese di produzione e di servizi, di piccola e grande dimensione sono state poste tutte sullo stesso piano; il mondo del business ha perso legittimità. Il sociologo Luciano Gallino ha perfino scritto un libro sull’impresa irresponsabile. Nella realtà quotidiana, mi sono permesso di dire, emergono oggi “distorsioni di impresa”, lontane dall’idealtipo di impresa, almeno per come lo insegniamo nelle aule universitarie: ho provato a sistematizzare queste distorsioni ricorrendo agli aggettivi di impresa isolata (ove anche l’imprenditore rimane da solo, come dimostrano i recentissimi episodi di suicidio); impresa mortificata (dalla proprietà e dalle banche, ad esempio); impresa ricattata (dalla criminalità ma anche dalla Pubblica Amministrazione); impresa politicizzata e talora commissariata (per la presenza invasiva della politica clientelare); impresa conflittuale (con i dipendenti o, come quella familiare, fra i soci); impresa finanziarizzata (dominata dai numeri, dai debiti, dalla finanza). E mi sembrano pure distorsioni l’impresa esterofila, quella colonizzata ed infine l’impresa dell’antimafia. Tutte forme distorsive ove si alterano le funzioni tipiche (economica, sociale e patrimoniale) di un’impresa e si moltiplicano le finalità dell’impresa (massimo profitto, responsabilità sociale, creazione del valore, ecc.) unitamente alle finalità degli uomini che la governano. Mi sono chiesto, ad un certo momento, se possiamo veramente fare a meno delle imprese. E ho richiamato l’attenzione su un articolo di fondo, pubblicato ieri dal quotidiano La Sicilia a firma di Domenico Tempio, intitolato “Il dovere di fare impresa”, in cui il giornalista riferendosi esplicitamente alla Sicilia, si interroga su quale ruolo “svolge, se lo svolge, una imprenditoria sana; se esistono industriali capaci di creare impresa nell’isola; e se esistono, sino a che punto si spinge il loro coraggio per operare in una terra che benigna con loro è mai stata”. Tra l’altro, la crisi del capitalismo tradizionale, delegittimando il mondo del business, consentendo ai politici di cavalcare l’onda emotiva provando a stringere i freni della libertà economica e di iniziativa, ha caricato impropriamente l’impresa di compiti e funzioni che spetterebbe, invece, alle amministrazioni pubbliche e, in parte anche alla società civile, contribuire a risolvere. C’è un capitalismo sotto assedio oggi. Ho riportato qualche dato relativo all’Italia. Nel nostro Paese, su 6.110.074 imprese registrate alla fine del 2011 al sistema camerale (di cui il 95,20% micro-imprese), il 6% sono in crisi dichiarata (per via di liquidazione, scioglimento e procedure concorsuali), addirittura il 9,96% sono a rischio default finanziario; l’indice di indipendenza finanziaria dal 2008 al 2010 è sceso dal 37,04 al 31,82% (inequivocabile segnale di una forte dipendenza dal sistema bancario). In Sicilia, su 463.475 imprese registrate alla fine del 2011 (di cui il 96,78% microimprese), quasi 17.000 sono alle prese col problema della successione di padre in figli, il 7% sono in liquidazione, scioglimento e ammesse alle procedure concorsuali; il 14,75% è a rischio default finanziario, e l’indice di indipendenza finanziaria è sceso dal 28,13 al 27,84% in due anni, seppur con uno spread più basso del valore medio nazionale. Morale della favola: in una condizione di crisi dell’impresa, bisogna ripensare all’impresa e ad un nuovo tipo di capitalismo. Ma in che modo? Nel citato articolo, Porter e Kramer fanno riferimento ad un modello di capitalismo capace di creare valore condiviso, in cui si crei un circolo virtuoso fra le “buone prassi” di imprese, territori ed amministrazioni pubbliche. Ho provato a precisare che “valore condiviso” non significa rinunciare a profitto e investimenti, indispensabili per la crescita e lo sviluppo delle imprese; ma significa pure svolgere una funzione educativa, ad esempio nei confronti dei fornitori, dei dipendenti, di altri stakeholders anche per evitare lunghe catene di inefficienza che finiscono poi per riverberarsi sul consumatore finale (emblematico, al riguardo, è il forte differenziale prezzi alla produzione – prezzi al consumo in molti settori dell’agricoltura). Last but not least, richiamando un tema a me caro, ho avvertito l’esigenza che bisogna puntare ad un nuovo concetto di competitività, fondato sul nesso coevolutivo fra competitività dei territori e delle imprese. Ove sono competitivi i primi, lo risultano anche le seconde; la competitività delle imprese, a sua volta, è condizione fondamentale per la competitività di un territorio, rialimentandosi così il circolo virtuoso che lega l’economia, l’impresa e i territori. Ho posto infine la domanda se il capitalismo sia da reinventare, come hanno sostenuto Porter e Kramer, oppure da rivisitare.  Una domanda cui non è facile rispondere. Ho provato ad abbozzare una risposta, richiamando i contenuti dell’Enciclica Centesimus Annus (1991, Papa Giovanni Paolo II). Scriveva il Beato Giovanni Paolo II in quella Enciclica Sociale “Se con capitalismo si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa” o di economia di mercato o semplicemente di economia libera. Ma se con capitalismo si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.

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I SIGNIFICATI DEL PULSANTE “MI PIACE” SU FACEBOOK (7 marzo 2012)

E’ un significante per tanti significati, direbbe qualcuno. E poi con quel pollice alzato che evoca il “that’s ok” quel pulsante ha mille sfumature su Facebook. Dipende dalla tipologia di “post” (contenuti, messaggio, eventuale presenza di foto, nonchè occasione) e soprattutto dal mittente. Se usato spesso con la stessa persona, “mi piace” può voler dire ti seguo e ti controllo, in un’accezione positiva, ovviamente, non associabile allo stalking. Se usato spesso e poi interrotto, è un messaggio chiaro e preciso, di certo non intimidatorio (ma talvolta ci manca poco): in quei casi sarebbe più dignitoso cancellarsi subito da amico e possibilmente pure da Facebook. Se usato occasionalmente, può voler dire tante cose: “Mbare si’ giustu” (che è il contrario di Mbare si sbagghiatu); “sono dalla tua parte”, “ma che sei simpatico/a”, “stai dicendo un pugno di sciocchezze, ma mi sei simpatico/a ugualmente”, e così via, compreso un irrituale “Mbare ma si’ proprio pazzu”. Quando indirizzato ad una persona importante, è un segnale di attenzione, di vicinanza: anche le persone importanti, talvolta sono sole. Il “post” ad una foto è sinonimo di partecipazione (c’ero pure io) o di mancata partecipazione (avrei voluto esserci pure io). Il “post” associato ad un aforisma, ad un pensiero, ad una frase scritta da altri, ad una citazione può vole dire “Mbare, ma sei colto”. Talora “mi piace” è l’acconto (virtuale) di una richiesta (reale) che verrà in un secondo momento: in questi casi, trascorre normalmente non più di un giorno fra il “mi piace” e la richiesta di favore che arriva puntualmente via sms, telefono o con messaggio privato; si alimenta cioè il clientelismo. In occasione di una ricorrenza (vedi un compleanno, una festività), è un modo sbrigativo per dire “grazie” a tutti oppure per dire “grazie” ad alcuni postergando ad altro momento i ringraziamenti personali che arriveranno (o non arriveranno mai) con un successivo post o meglio ancora con un messaggio privato. Interessante la dinamica degli scambi di “mi piace” fra persone di sesso opposto oppure tra giovanissimi, giovani e meno giovani (perchè su Facebook siamo tutti giovani, non lo dimentichiamo!). Cliccare “mi piace” ad un messaggio proveniente da una donna/ragazza o da un uomo/ragazzo, talora può alimentare forme di gelosia virtuale (succede soprattutto fra gli adolescenti, molto abili a scatenare guerre fra coetanei solo con il “mi piace”). Certe volte, violando le regole di netiquette, vorresti togliere via quel monitor che ti separa dall’altra parte ed abbracciare sul serio la persona che ha scritto quel post: siccome non puoi farlo per mille motivi, quindi clicchi “mi piace”, sperando che, quanto meno col pensiero, la persona che sta dall’altra parte del computer sarebbe disposta a ricambiare. Ci sono poi i professionisti del “mi piace”, cioè quelli che accettano o avanzano richieste di amicizia, solo per moltiplicare l’esercizio del cliccare “mi piace” durante la giornata; se ad ogni “mi piace” guadagnassero anche 5 centesimi, sarebbero più ricchi di Zuckeberg, il fondatore di Facebook. Nelle relazioni inter-generazionali, “mi piace” è segno di attenzione verso i più piccoli, ma anche di rispetto e ammirazione verso i più grandi. In quel caso, fa veramente piacere ricevere il “mi piace”. Ci sono poi i “mi piace” degli emigranti, quelli che stanno lontani dalla comunità di riferimento, ma mantengono la prossimità attraverso Facebook. Ogni click “mi piace” equivale per loro ad un biglietto low cost di “solo ritorno” verso la propria terra. Ci sono i “mi piace” fra parenti, cugini e fratelli: esilaranti, specie se si vedono di persona di lì a qualche minuto. A seconda del lavoro, ci sono i “mi piace” dei colleghi di lavoro, dei subordinati o dei superiori, dei clienti, ecc.: ai significati prima evocati, si aggiungono quelli più specifici che riflettono le dinamiche organizzative interne all’ambiente di lavoro. C’è lo scambio di “mi piace” fra marito e moglie, se entrambi “facebookizzati”. C’è il “mi piace” del depresso ad uno stadio iniziale: quel “mi piace” (specialmente se messo accanto ad una foto che ritrae il mittente) vuol dire grosso modo “tu che hai messo il post sei felice, ma io ho tutto il modo contro e ho un’ansia addosso…”. C’è lo scambio dei “mi piace” fra giudicanti, giudicandi, giudicati e passati in giudicato: divertentissimo se associato a fatti reali.  C’è il “mi piace” come atto di ruffianaggine, ma non se ne capisce mai la vera natura, perchè è mascherato da quel pollice spinto verso l’alto. Mancano i pulsanti “non mi piace” e “se potessi, ti ignorerei”, ma se ne può surrogare la funzione usando sarcasticamente il “mi piace” ove al dito pollice si sostituirebbe senz’altro il medio. “Mi piace” ha anche un valore terapeutico: se il “post” che ho letto mi piace, è perchè quella persona mi ha messo di buon umore. Ci sono anche i “mi piace” che assomigliano tanto alla desueta forma dei “deferenti ossequi”, e anche questo ci sta su Facebook. Ma c’è anche il “mi piace” che evoca proprio il piacere fisico di poter dire “mi piace” senza ricevere in contraccambio nessuna delusione. In fondo cosa costa cliccare “mi piace” se l’altra persona non può rispondere con le classiche affermazioni del tipo “grazie, ma non sono interessato”, “scusami, ma non mi piaci tu”, “lasciamo perdere, ne parliamo un’altra volta?”  Morale della storiella: e tu, che hai letto questo post, te la sentiresti di cliccare “mi piace”? E come ti senti se ad un tuo post non ricevi nemmeno un “mi piace” e pensi subito che nessuno ti sta cag…, quando invece ti sono proprie arcane le dinamiche di pubblicazione e visibilità dei post su Facebook? (Rosario Faraci, in un pomeriggio uggioso di inizio marzo, dopo una mattinata infuocata di incontri e riunioni, e in attesa di tempi migliori per il resto della giornata).

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